FORMIGONI ED ERRANI: “INELEGGIBILI” MA CANDIDATI!
LA REGOLA: COSA PREVEDE LA LEGGE?
A seguito della legge costituzionale n.1 del 1999 (che introdusse, per le regioni ordinarie, l’elezione diretta dei presidenti di regione), la legge quadro dello Stato n. 165 del 2004 ha fissato alcuni “principi generali” cui le regioni sarebbero state vincolate nel rinnovare la propria legislazione elettorale.
Tra questi, vi è il principio della “non immediata rieleggibilità”, allo scadere del secondo mandato, del presidente della giunta regionale eletto a suffragio universale e diretto (in pratica, un “divieto di terzo mandato” consecutivo per i governatori).
Due sono i punti più “controversi” di tale normativa:
I- tale principio è “direttamente applicabile” (a prescindere dall’emanazione di una conforme legge regionale)?
II- inoltre, lo stesso deve intendersi “retroattivo” (nel novero dei mandati consecutivi, dunque, devono ricomprendersi anche quelli precedenti l’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004)?
Pur essendo vero che il legislatore statale non si è espresso in maniera inequivoca, la risposta comunemente data dal mondo giuridico-accademico è, però, positiva ad entrambi i quesiti.
E’ vero, infatti, che la legge del 2004 rinvia, per la “disciplina di dettaglio”, alla legislazione regionale (che, colpevolmente, in alcune regioni, tra cui Lombardia ed Emilia Romagna, non è ancora stata emanata), ma i maggiori costituzionalisti si sono espressi in favore della “diretta applicabilità” del principio su esposto.
Se così non fosse, del resto, si otterrebbe il risultato paradossale:
- di vincolare le regioni “solerti” (nell’approvare una nuova legislazione regionale) a dare immediata applicazione alla legge dello Stato;
- e di premiare, di contro, le regioni “inadempienti” (lasciandole libere di violare apertamente un “principio fondamentale” sancito da una legge dello Stato)!
Gli esperti, inoltre, concordano nel sostenere la “retroattività” del divieto.
Per far scattare il “vincolo del doppio mandato”, quindi, occorre tenere conto:
- non solo dei mandati vigenti (o successivi) al momento dell’entrata in vigore della legge n. 165 del 2004;
- bensì anche di tutti quelli “immediatamente precedenti” all’entrata in vigore della legge.
QUANDO LA POLITICA SI PONE “AL DI SOPRA DELLE LEGGI”…
Cosa sta avvenendo, invece, in Lombardia ed Emilia Romagna (come per “par condicio”, la prima roccaforte di Silvio Berlusconi, la seconda storica “regione rossa”)?
In Lombardia Roberto Formigoni, che governa la regione dal 1995 (ossia da ben 15 anni e tre mandati consecutivi), è ricandidato per la quarta volta successiva alla presidenza della regione.
In Emilia Romagna, invece, Vasco Errani, che presiede la regione dal 1999 (ossia da 11 anni), è ricandidato per la terza volta consecutiva!
Tutto questo:
- nel più palese “dispregio della legge” (che rende “ineleggibili” entrambi i candidati, come dichiarato da Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale);
- e nel più comodo “silenzio bipartisan” da parte degli schieramenti avversi (sembra quasi che il centrodestra e il centrosinistra abbiano siglato un tacito “accordo di non belligeranza”, avendo interesse comune a non denunciare pubblicamente la questione!).
Il problema che ciò solleva riguarda il funzionamento stesso di una democrazia moderna.
Ossia, può il mero consenso elettorale (la “sostanza” di una democrazia):
- derogare impunemente alle “forme” (introdurre deroghe alla legge “non previste dalla legge”)?
- E, dunque, legittimare candidature di per sé “illegittime”?
Questa “anomalia” si trasforma in “paradosso” nel caso del Pd, forse l’unico partito in Italia ad avere uno statuto che (all’art. 22) afferma testualmente che “gli iscritti al Partito Democratico non possono ricoprire una carica monocratica di governo o far parte di un organo esecutivo collegiale per più di due mandati pieni consecutivi (o per un arco temporale equivalente)”.
Uno statuto, evidentemente, democratico ma ampiamente “violato” (visto, tra l’altro, che lo stesso documento stabilisce per i parlamentari del Pd un limite di tre mandati consecutivi, anch’esso vistosamente sottoposto a “deroghe impreviste”: si veda il caso dell’on. Massimo D’Alema).
In un Paese normale:
- tali candidature avrebbe suscitato una sentita reazione indignata da parte, prima ancora che dei cittadini, degli stessi esponenti dei partiti e dei loro militanti;
- e le leggi dovrebbero prevalere sul mero “consenso” (o, tanto più, sui sondaggi), poiché espressione di un Parlamento chiamato proprio a dar “forma legislativa” al consenso liberamente espresso dai cittadini nelle urne!
In Italia, invece, le cose funzionano diversamente, prevalendo:
- sia un comune disprezzo per le regole, per le formalità e per i controlli (la “deroga” è l’unica vera regola, mentre la legalità l’eccezione!);
- sia una generalizzata esaltazione della funzione “auto-legittimante” del consenso elettorale, capace di prevalere finanche sulle leggi dello Stato o sulle decisioni della Magistratura (il voto popolare è regolarmente utilizzato come “colpo di spugna” con cui sanare irregolarità o mascherare misfatti e cattivi costumi!).
La vera “anomalia politica italiana”, dunque, è il mancato rispetto delle regole, quasi “per principio!
E, purtroppo, le recenti “peripezie” nella presentazione delle liste Polverini nel Lazio e Formigoni in Lombardia (con conseguente “decreto salva irregolarità”) rappresentano solo l’ennesima ulteriore conferma…
Gaspare Serra
Blog “Spazio Libero!”
Gruppo “Riformiamo lo Stato, rinnoviamo la Politica, ravviviamo la Democrazia!”
08 marzo 2010
DONNE L’8 MARZO, DONNE TUTTI I GIORNI…
CHE SENSO HA FESTEGGIARE L’8 MARZO?
QUANDO ANCHE L’ORGOGLIO D’ESSER DONNA DIVIENE UNA “MERCE”…
Sempre puntuale e molto attesa, anche quest’anno ritorna la “Giornata internazionale della donna”.
Il primo “Woman’s day”, in realtà, non si tenne l’8 marzo bensì il 28 febbraio (negli Stati Uniti), in ricordo di una tragedia che assunse un significato storico e politico di ben più ampia portata: la morte, nel 1911, di 146 operaie dell’industria tessile “Cotton” di New York, bruciate vive nel corso di un incendio scoppiato nello stabilimento proprio nel corso di un’occupazione indetta per scioperare contro le terribili condizioni cui le donne erano costrette a lavorare.
Solo nel 1975, designato dalle Nazioni Unite come “Anno internazionale della donna”, le organizzazioni delle donne di tutto il mondo hanno celebrato l’8 marzo la prima “Giornata internazionale della donna”.
Ancora oggi l’8 marzo dovrebbe rappresentare un’occasione irripetibile:
1- per sollecitare la Comunità internazionale a rivolgere maggiori attenzioni alle problematiche di milioni di donne nel mondo cui continuano a essere negati i diritti umani, sociali ed economici più essenziali;
2- e per ricordare a noi stessi che ancora oggi, in Italia, molte donne (più di quanto la coscienza comune abbia cognizione…) non festeggeranno affatto l’8 marzo, continuando a subire discriminazioni e soprusi ad opera di uomini senza scrupoli incapaci di considerarle semplicemente “esseri umani” al loro pari!
L’impressione, però, è che in pochi abbiano ancor presente il significato più autentico di questa Giornata.
L’8 marzo ha perso tutta la sua valenza sociale e culturale dal momento in cui, nell’immaginario collettivo, si è trasformato:
- da una “celebrazione” a sostegno delle rivendicazioni (passate e presenti) dei diritti delle donne;
- ad una “festa” come tante altre, inglobata nel tritacarne del marketing e del consumo!
La condizione della donna è indubbiamente migliorata, in Occidente, rispetto ad un non lontano passato.
Il lavoro delle donne, per secoli svolto solo tra le mura domestiche e scarsamente considerato (ritenendosi un mero “dovere sociale”), oggi proietta le donne anche al di fuori della famiglia, consentendo loro di realizzarsi compiutamente anche come persona (non solo come moglie ubbidiente, madre affettuosa e casalinga operosa).
Nonostante i progressi raggiunti, tuttavia, l’essere donna resta una condizione non facile nella nostra Società, ancora intrisa di un ormai trito “maschilismo” (inteso come “forma mentis”, come posizione di forza e superiorità dell’uomo).
Nell’ambito lavorativo, ad esempio, la piena “parità” tra i sessi è ancora lontana dall’esser raggiunta, essendo il lavoro femminile regolarmente meno retribuito, più frustante e scarsamente incentivante.
Il lavoro della donna fuori dall’ambito familiare (il più delle volte necessario per far quadrare i bilanci domestici), inoltre, si risolve spesso in un “doppio sfruttamento” della stessa (“dentro” e “fuori” casa), continuando a gravare solo sulla stessa il carico domestico e la cura dei figli (oltre che degli anziani genitori).
Gli episodi di violenza che hanno come vittima le donne (soprusi ed abusi, violenze fisiche e/o psicologiche…), inoltre, non fanno parte di un retaggio del passato, bensì perdurano in una Società tuttora profondamente “maschiocentrica”.
Si potrebbe dire che, superato il mito della “razza dominante” (quella bianca), permane ancora quello del “sesso dominante” (quello maschile)!
Per questo persistono ancora spietate forme di emarginazione e asservimento delle donne, che non di rado sfociano in veri e propri crimini (come lo stupro e lo stalking).
Detto questo, che senso ha continuare a celebrare le “pari opportunità” della donna in un Paese in cui (secondo gli ultimi dati Istat):
- “6 milioni 743 mila” donne (dai 16 ai 70 anni) hanno subito violenze (di cui “1 milione 150 mila” solo nel 2006)?
- “1 milione 400 mila” ragazze sono state vittime di violenza sessuale (prima dei 16 anni)?
- “2 milioni” di donne, solo nel 2008, sono state vittime di violenza domestica?
- “900 mila” donne hanno subito ricatti sessuali per essere assunte o per ottenere avanzi di carriera?
- E circa “100 donne” generalmente muoiono ammazzate ogni anno per mano del marito o del convivente?
Che senso ha festeggiare l’impagabile ruolo svolto dalle donne nella nostra società nel momento in cui una donna:
- per lavorare (salvo che mostri le irrinunciabili doti di “avvenenza” e “sottomissione” al capo, e che accetti un salario “inferiore” a quello del proprio collega) vede sovente sbarrare le porte da una “casta maschile”, sempre pronta a fare ostruzionismo?
- Per divenir madre deve programmare i tempi della propria maternità in funzione delle superiori esigenze del mercato (salvo che non voglia rischiare di essere licenziata, essendo considerata ogni donna in dolce attesa solo come un “peso” per ogni azienda privata)?
- Se desidera realizzare il sogno della maternità, anche ricorrendo alla fecondazione assistita (e senza recarsi in una clinica estera), deve subire sulla propria pelle una legge “maschilista” in materia (la n. 40 del 2005), che rende tale intervento più difficile, invasivo e rischioso per la sua salute?
- Oppure, se si reca in un ospedale pubblico dopo aver dolorosamente scelto di interrompere una gravidanza indesiderata o rischiosa, può ulteriormente subire la “violenza psicologica” di medici obiettori di coscienza pronti a colpevolizzarla?
Se la donna può ritenersi già soddisfatta per le grandi “conquiste di libertà” ottenute negli ultimi decenni, allo stesso tempo molte restano le “odiose discriminazioni” nel rapporto uomo-donna.
Per questo molti altri passi avanti (anzitutto “culturali”) occorrerà ancora attendere prima che si possa sensatamente parlare di piena “parità di diritti e opportunità” tra i generi...
Gaspare Serra
Blog “Spazio Libero!”
Gruppo facebook “Ali spezzate…(contro ogni violenza su donne e minori!)”
QUANDO ANCHE L’ORGOGLIO D’ESSER DONNA DIVIENE UNA “MERCE”…
Sempre puntuale e molto attesa, anche quest’anno ritorna la “Giornata internazionale della donna”.
Il primo “Woman’s day”, in realtà, non si tenne l’8 marzo bensì il 28 febbraio (negli Stati Uniti), in ricordo di una tragedia che assunse un significato storico e politico di ben più ampia portata: la morte, nel 1911, di 146 operaie dell’industria tessile “Cotton” di New York, bruciate vive nel corso di un incendio scoppiato nello stabilimento proprio nel corso di un’occupazione indetta per scioperare contro le terribili condizioni cui le donne erano costrette a lavorare.
Solo nel 1975, designato dalle Nazioni Unite come “Anno internazionale della donna”, le organizzazioni delle donne di tutto il mondo hanno celebrato l’8 marzo la prima “Giornata internazionale della donna”.
Ancora oggi l’8 marzo dovrebbe rappresentare un’occasione irripetibile:
1- per sollecitare la Comunità internazionale a rivolgere maggiori attenzioni alle problematiche di milioni di donne nel mondo cui continuano a essere negati i diritti umani, sociali ed economici più essenziali;
2- e per ricordare a noi stessi che ancora oggi, in Italia, molte donne (più di quanto la coscienza comune abbia cognizione…) non festeggeranno affatto l’8 marzo, continuando a subire discriminazioni e soprusi ad opera di uomini senza scrupoli incapaci di considerarle semplicemente “esseri umani” al loro pari!
L’impressione, però, è che in pochi abbiano ancor presente il significato più autentico di questa Giornata.
L’8 marzo ha perso tutta la sua valenza sociale e culturale dal momento in cui, nell’immaginario collettivo, si è trasformato:
- da una “celebrazione” a sostegno delle rivendicazioni (passate e presenti) dei diritti delle donne;
- ad una “festa” come tante altre, inglobata nel tritacarne del marketing e del consumo!
La condizione della donna è indubbiamente migliorata, in Occidente, rispetto ad un non lontano passato.
Il lavoro delle donne, per secoli svolto solo tra le mura domestiche e scarsamente considerato (ritenendosi un mero “dovere sociale”), oggi proietta le donne anche al di fuori della famiglia, consentendo loro di realizzarsi compiutamente anche come persona (non solo come moglie ubbidiente, madre affettuosa e casalinga operosa).
Nonostante i progressi raggiunti, tuttavia, l’essere donna resta una condizione non facile nella nostra Società, ancora intrisa di un ormai trito “maschilismo” (inteso come “forma mentis”, come posizione di forza e superiorità dell’uomo).
Nell’ambito lavorativo, ad esempio, la piena “parità” tra i sessi è ancora lontana dall’esser raggiunta, essendo il lavoro femminile regolarmente meno retribuito, più frustante e scarsamente incentivante.
Il lavoro della donna fuori dall’ambito familiare (il più delle volte necessario per far quadrare i bilanci domestici), inoltre, si risolve spesso in un “doppio sfruttamento” della stessa (“dentro” e “fuori” casa), continuando a gravare solo sulla stessa il carico domestico e la cura dei figli (oltre che degli anziani genitori).
Gli episodi di violenza che hanno come vittima le donne (soprusi ed abusi, violenze fisiche e/o psicologiche…), inoltre, non fanno parte di un retaggio del passato, bensì perdurano in una Società tuttora profondamente “maschiocentrica”.
Si potrebbe dire che, superato il mito della “razza dominante” (quella bianca), permane ancora quello del “sesso dominante” (quello maschile)!
Per questo persistono ancora spietate forme di emarginazione e asservimento delle donne, che non di rado sfociano in veri e propri crimini (come lo stupro e lo stalking).
Detto questo, che senso ha continuare a celebrare le “pari opportunità” della donna in un Paese in cui (secondo gli ultimi dati Istat):
- “6 milioni 743 mila” donne (dai 16 ai 70 anni) hanno subito violenze (di cui “1 milione 150 mila” solo nel 2006)?
- “1 milione 400 mila” ragazze sono state vittime di violenza sessuale (prima dei 16 anni)?
- “2 milioni” di donne, solo nel 2008, sono state vittime di violenza domestica?
- “900 mila” donne hanno subito ricatti sessuali per essere assunte o per ottenere avanzi di carriera?
- E circa “100 donne” generalmente muoiono ammazzate ogni anno per mano del marito o del convivente?
Che senso ha festeggiare l’impagabile ruolo svolto dalle donne nella nostra società nel momento in cui una donna:
- per lavorare (salvo che mostri le irrinunciabili doti di “avvenenza” e “sottomissione” al capo, e che accetti un salario “inferiore” a quello del proprio collega) vede sovente sbarrare le porte da una “casta maschile”, sempre pronta a fare ostruzionismo?
- Per divenir madre deve programmare i tempi della propria maternità in funzione delle superiori esigenze del mercato (salvo che non voglia rischiare di essere licenziata, essendo considerata ogni donna in dolce attesa solo come un “peso” per ogni azienda privata)?
- Se desidera realizzare il sogno della maternità, anche ricorrendo alla fecondazione assistita (e senza recarsi in una clinica estera), deve subire sulla propria pelle una legge “maschilista” in materia (la n. 40 del 2005), che rende tale intervento più difficile, invasivo e rischioso per la sua salute?
- Oppure, se si reca in un ospedale pubblico dopo aver dolorosamente scelto di interrompere una gravidanza indesiderata o rischiosa, può ulteriormente subire la “violenza psicologica” di medici obiettori di coscienza pronti a colpevolizzarla?
Se la donna può ritenersi già soddisfatta per le grandi “conquiste di libertà” ottenute negli ultimi decenni, allo stesso tempo molte restano le “odiose discriminazioni” nel rapporto uomo-donna.
Per questo molti altri passi avanti (anzitutto “culturali”) occorrerà ancora attendere prima che si possa sensatamente parlare di piena “parità di diritti e opportunità” tra i generi...
Gaspare Serra
Blog “Spazio Libero!”
Gruppo facebook “Ali spezzate…(contro ogni violenza su donne e minori!)”
07 marzo 2010
Tempo libero alla tedesca
Argomenti:
"auto"
GROTTAMMARE – La Ford presenta sul mercato nazionale l’ultima serie del suo pick-up, il Ranger. Il veicolo tedesco è equipaggiato con 2 motori diesel common rail TDCI (2500 da 143 cv e 3000 da 156 cv), nelle varianti di carrozzeria Chassis, Super Cab, Doppia Cabina, negli allestimenti XL, XLT, XLT Limited. Esteticamente il Ranger si presenta come un veicolo dalle forme muscolose e massicce che denotano la robustezza del prodotto made in Ford. Importante è il frontale dove i grandi gruppi ottici fanno da cornice alla imponente mascherina lucida. Mentre il posteriore si caratterizza per la presenza dell’ampio cassone, il cui portellone è elegantemente incorniciato da gruppi ottici trasparenti, che danno una nota di sportività al mezzo tedesco. Salendo a bordo del Ranger ci troviamo davanti a un veicolo che nella sua linearità interna esprima la raffinatezza e il gusto per l’eleganza non ostentata tipica dei modelli Ford. La qualità dei materiali usati è buona, come buono è l’assemblaggio interno. Andando ad addentrarci più nel dettaglio, molto bella risulta la consolle centrale di color alluminio dove troviamo ordinatamente disposti i comandi radio e clima. Ben fatto è anche il quadro strumenti, completo di tutto e ben leggibile. Il Ford Ranger provato è stato il 2500 TDCI Doppia Cabina XL da 27400 €. Il Ranger è un veicolo studiato per essere il giusto mix fra un veicolo da lavoro e un veicolo per il tempo libero. Ciò è permesso grazie alla presenza di un ampio cassone posteriore che permette il carico di oggetti voluminosi e ingombranti in tutta sicurezza. La versione provata presenta, come tutta la gamma Ranger, la trazione integrale 4WD con marce ridotte, che permette l’uso del Ranger anche su terreni accidentati e ne fa un veicolo anche per uso fuoristradistico. Su strada il pick-up tedesco si comporta in maniera egregia: è molto maneggevole e facile da guidare nonostante la mole non proprio da utilitaria. La guida rialzata permette un ottimo controllo della strada e di ciò che accade attorno al veicolo. Infine spazio al motore. La versione guidata monta il motore diesel common rail 2500 da 143 cv. Questo propulsore risulta notevolmente elastico e molto brillante, e secondo me, non è per nulla sotttopotenziato rispetto alla mole del veicolo. Inoltre è un motore silenzioso che fa sentire il suo brio e la sua potenza, permettendo un uso del Ranger su tutti i terreni, da quelli accidentati (grazie alla trazione integrale 4WD) a quelli asfaltati. Infine ecco i prezzi: si va da 23500 € del Ranger 2500 TDCI Chassis XL fino a 36500 € del 3000 TDCI XLT Limted Automatico (Diesel).
Bruno Allevi
Bruno Allevi
28 febbraio 2010
The Cube
Argomenti:
"auto"
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La Nissan lancia sul mercato italiano un prodotto che sul mercato giapponese sta riscuotendo da anni un successo clamoroso. Questa vettura, dalla linea originalissima, è la Cube. Quest’auto, a metà fra una monovolume e una multispazio, è proposta con un motore 1600 benzina da 110 cv negli allestimenti Look e Luxury. Esteticamente la Cube si può riassumere nel suo stesso nome: Cubo. È infatti un Cubo a 4 ruote. La forma squadrata le da personalità e simpatia. Massiccio è il frontale e assai particolare è la stretta fascia della mascherina che contiene anche i gruppi ottici anteriori. Ma le maggiori stravaganze vi sono nella parte posteriore. La coda è ovviamente una delle facce del Cubo, e in questa faccia troviamo il portellone che si apre controvento per dare massima capacità di carico, e anche qui troviamo una piccola fascia orizzontale per contenere i fari posteriori. Assai particolare è la vetratura: molto ampia e con la presenza di un grande vetro continuo ad angolo che parte dal montante centrale per arrivare a fondersi con il lunotto posteriore. Se la linea è particolare non da meno lo è l’abitacolo. Infatti lo spazio interno è assai abbondante grazie appunto alla linea cubica della vettura di casa Nissan. L’abitacolo è costruito con cura, con materiali di pregio ed è disseminato di portaoggetti che permettono un uso razionale dello spazio interno. Particolarissima è la plancia, dove nella parte alta campeggia lo schermo del navigatore, mentre la parte centrale è a completo appanngaggio del climatizzatore dalla curiosa forma circolare. Elegante e accattivante è il quadro strumenti, molto ben leggibile grazie alla retroilluminazione blu e bianca. Ed ora il momento test drive. La Nissan Cube provata è stata la 1600 Luxury da 20000 €. La Cube ha una linea particolare, che può piacere o non piacere, ma che di certo si fa notare nel traffico. Inoltre presenta in poco meno di 4 metri uno spazio assai abbondante, ideale per chi deve caricare oggetti più o meno ingombranti non potendo usufruire di vetture dalle forme importanti. Su strada la Cube è pratica e maneggevole da guidare, ha uno sterzo preciso e un cambio dagli innesti morbidi. Inoltre grazie all’ampia vetratura si possiede il controllo della strada. Il 1600 da 110 cv che equipaggia la vettura provata, è un motore assai brillante ed elastico, molto silenzioso, che permette al simpatico cubo di destreggiarsi in maniera eccellente sia nel traffico cittadino che in più lunghi percorsi autostradali. Infine i prezzi: si va da 19000 € della Cube 1600 Look a 21300 € della Cube 1600 Luxury Cambio Automatico (Benzina).
Bruno Allevi
Bruno Allevi
21 febbraio 2010
Jamaican Tropical Car
Argomenti:
"auto"
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La Fiat fa uscire sul mercato la seconda generazione di uno dei suoi veicoli di maggior successo, sia nel settore automobilistico che nel settore commerciale. Questa vettura è il Fiat Doblò. La multispazio italiana è equipaggiata con un motore a benzina (1400 da 95 cv) e 3 motori a gasolio Multijet (1300 da 90 cv, 1600 da 105 cv e 2000 da 135 cv), negli allestimenti Active, Dynamic, Emotion. Esteticamente il nuovo Doblò ha in comune con il precedente modello solo il nome. La vettura torinese è tutta nuova rispetto a prima: è cresciuta in lunghezza di ben 14 cm arrivando a 439 cm, ed ha forme più robuste. La linea è molto più piacevole, meno commerciale rispetto al vecchio modello e dalle forme sinuose e seducenti. Particolarissimo il frontale bombato dove la parte del leone la fanno i grandi gruppi ottici a goccia che seguono l’inclinazione del cofano, ma le maggiori novità sono nella parte posteriore dove ora abbiamo un enorme portellone vetrato che presenta una elegante fascia nera e incorniciato da due gruppi ottici verticali a forma rettangolare. L’allungamento del corpo vettura di ben 14 cm ha reso l’abitacolo del nuovo Doblò veramente enorme (si può avere a richiesta una versione 7 posti). Abitacolo che è stato totalmente riprogettato e ristudiato per poter offrire ai passeggeri il massimo spazio possibile (molti i portaoggetti a disposizione). Migliorata la qualità dei materiali (i nuovi materiali soft touch usati per gli inserti in plancia sono gradevolissimi sia da toccare che da vedere). Ridisegnata anche la plancia: ora più da vettura rispetto alla plancia da veicolo commerciale della precedente serie. La consolle centrale presenta i comandi radio in posizione rialzata, seguiti dalle bocchette clima e dal climatizzatore, chiudendo con la leva del cambio, che ormai, come è consuetudine in Fiat, trova il suo spazio in fondo alla consolle. Molto grintoso e sportiveggiante è il quadro strumenti, dotato di ampi e ben leggibili quadranti, illuminati da un vivo rosso fuoco. Ed ora il consueto angolo del test drive. Il Fiat Doblò provato è stato il 1300 Multijet 90 cv Emotion da 23370 €. La nuova generazione del Dobò si presenta sul mercato italiano innovando e rinnovando le doti che la precedente generazione aveva. Creare un mezzo che prendesse la modulabilità dello spazio tipica del veicolo commerciale unendola a doti di confort e prestazioni degni di una berlina media: ecco cosa gli ingegneri di casa Fiat hanno fatto con il Doblò, e con la nuova serie in particolare. Su strada la multspazio torinese ha un comportamento, come poc’anzi detto, da berlina media. Infatti è molto maneggevole e si parcheggia con facilità, ha un ottima visibilità posteriore (tutto merito dell’enorme lunotto vetrato), e anche in visibilità anteriore non scherza grazie all’ampio lunotto che permette di tenere sottocontrollo ciò che succede attorno al Doblò. Infine spazio al motore che equipaggia la versione provata. Il 1300 Multijet da 90 cv è un motore brillante e potente, molto silenzioso, elastico e per nulla sottpotenziato rispetto alla mole del veicolo, ed è, a mio parere il giusto compromesso per avere costi di gestione contenuti, senza rinunciare al brio. Infine i prezzi: si va da 16000 € della 1400 Active ai 19000 € della 1400 Emotion (Benzina); si va da 17750 € della 1300 Multijet Active a 23500 € della 2000 Multijet Emotion (Diesel).
Bruno Allevi
Bruno Allevi
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