Qualche settimana fa i paninari della tv italiana pubblica e privata hanno dispendiato il loro buon carico di (pseudo)informazione: il corteo della sinistra "radicale" contro il lavoro interinale, la conseguente discussione se tale manifestazione sia pro o contro il governo, la premiazione di Sophia Loren e, ultimo ma non ultimo, la storia di un imprenditore che sperimentando la vita con 1000 euro al mese scopre di non arrivare oltre il ventesimo giorno...
Fra tutto questo pattume però è spuntata una notiziola piccola piccola, quella secondo cui la Procura generale di Catanzaro avrebbe "tolto" l'inchiesta denominata "Why Not" al pubblico ministero Luigi De Magistris. Detta così, la notizia non suscita interesse più di tanto, ma conoscendo la vicenda si può comprenderne la vera portata.
L'inchiesta "Why Not" prende il nome da un'agenzia di lavoro interinale di Lamezia Terme (Calabria) che fornisce alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico. Proprio una lavoratrice della Why Not avrebbe dato il via alle indagini che hanno individuato un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la "San Marino". A tale loggia massonica coperta, che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.
Queste, secondo il giornale L'Unità, sono le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia, del cda di Finmeccanica e di Alerion Industries; Pietro Macrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale DS della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini e a questi si aggiungono il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella e diversi esponenti della Chiesa Cattolica locale e centrale non meglio identificati (vedi l'intervista a Luigi De Magistris). I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.
Contro il pm De Magistris ed il suo lavoro si è inizialmente scagliato il ministro di grazia e giustizia Mastella, che ha disposto ripetute ed insistenti ispezioni sul lavoro in corso di svolgimento (al punto che "[...] passavo i miei sabato e le mie domeniche a rispondere agli ispettori [...]", Luigi De Magistris) giustificate dagli "errori procedurali" che il magistrato avrebbe commesso nel procedere l'indagine. Non pago di aver ostacolato una giustizia che va già a rilento a causa delle carenze strutturali e delle leggi realizzate ad hoc, l'eroico ministro fece richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) affinchè il pm venisse trasferito e non si occupasse più del caso. Il CSM però si pronunciò alcune settimane fa dicendo di aver bisogno di maggior tempo per valutare la situazione, quindi rimandò la decisione a dicembre permettendo al magistrato di continuare il suo lavoro.
La Procura generale di Catanzaro, nella figura del procuratore generale Dolcino Favi, ha di fatto eseguito la volontà non troppo velata del ministro Mastella di liberarsi di tale "intralcio" disponendo l'avocazione di De Magistris motivata da una "presunta incompatibilità dovuta alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella". Attualmente, la più grande inchiesta che forse abbia mai riguardato la politica italiana è ferma e attende di essere continuata da un magistrato più servile, in barba all'articolo 104 della nostra Costituzione, che dice:
ignorando l'articolo 108, che dice:
e, infine, calpestando l'articolo 3:
La semplice enunciazione di questi articoli dovrebbe bastare a far tacere chiunque avanzi argomentazioni favorevoli al trasferimento urlando al giustizialismo, alle toghe rosse e alla congiura laicista. Conoscendo però l'ignoranza media di chi strilla frasi come quelle, è doveroso commentare la situazione, in maniera tale da non lasciare nulla al non detto. Non sono propriamente un tecnico del diritto e non posso giudicare in merito al provvedimento (che comunque secondo De Magistris è ingiustificato dato che "esistono precedenti a pioggia nella giurisprudenza italiana") ma qualche punto all'interno della vicenda credo sia inconfutabile: la giustizia italiana è sempre stata molto "timida" (a causa dell'isolamento in cui si trova dai tempi del Maxiprocesso e di Tangentopoli) nello stanare il marciume che avvelena alle basi il nostro Stato; in una tale situazione trasferire e quindi fermare un pm con un'inchiesta così vasta e importante (da lui definita "più grande di tangentopoli") è un gesto folle. Se però a chiedere il trasferimento è il ministro di grazia e clemenza Clemente Mastella (noto, fra i vari motivi, per aver fatto da testimone di nozze al mafioso e segretario dell'UDEUR Campanella, vicino alla banda di Bernardo Provenzano, insieme a Totò Cuffaro) la situazione comincia a puzzare di macchinazione.
Alla luce di tutto ciò, si può solo sperare che la giustizia continui imperterrita il proprio corso, impegnandosi come fa giornalmente per assicurare (o almeno tentarci) i malviventi alla loro condanna.
Che verrà successivamente cancellata da indulti e riforme giudiziarie ad hoc.
--
Altri post su http://vivalacostituzione.blogspot.com/
L'inchiesta "Why Not" prende il nome da un'agenzia di lavoro interinale di Lamezia Terme (Calabria) che fornisce alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico. Proprio una lavoratrice della Why Not avrebbe dato il via alle indagini che hanno individuato un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la "San Marino". A tale loggia massonica coperta, che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.
Queste, secondo il giornale L'Unità, sono le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia, del cda di Finmeccanica e di Alerion Industries; Pietro Macrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale DS della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini e a questi si aggiungono il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella e diversi esponenti della Chiesa Cattolica locale e centrale non meglio identificati (vedi l'intervista a Luigi De Magistris). I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.
Contro il pm De Magistris ed il suo lavoro si è inizialmente scagliato il ministro di grazia e giustizia Mastella, che ha disposto ripetute ed insistenti ispezioni sul lavoro in corso di svolgimento (al punto che "[...] passavo i miei sabato e le mie domeniche a rispondere agli ispettori [...]", Luigi De Magistris) giustificate dagli "errori procedurali" che il magistrato avrebbe commesso nel procedere l'indagine. Non pago di aver ostacolato una giustizia che va già a rilento a causa delle carenze strutturali e delle leggi realizzate ad hoc, l'eroico ministro fece richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) affinchè il pm venisse trasferito e non si occupasse più del caso. Il CSM però si pronunciò alcune settimane fa dicendo di aver bisogno di maggior tempo per valutare la situazione, quindi rimandò la decisione a dicembre permettendo al magistrato di continuare il suo lavoro.
La Procura generale di Catanzaro, nella figura del procuratore generale Dolcino Favi, ha di fatto eseguito la volontà non troppo velata del ministro Mastella di liberarsi di tale "intralcio" disponendo l'avocazione di De Magistris motivata da una "presunta incompatibilità dovuta alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella". Attualmente, la più grande inchiesta che forse abbia mai riguardato la politica italiana è ferma e attende di essere continuata da un magistrato più servile, in barba all'articolo 104 della nostra Costituzione, che dice:
"La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. [...]"
ignorando l'articolo 108, che dice:
"[...] La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia".
e, infine, calpestando l'articolo 3:
"Tutti i cittadini [...] sono eguali davanti alla legge [...]".
La semplice enunciazione di questi articoli dovrebbe bastare a far tacere chiunque avanzi argomentazioni favorevoli al trasferimento urlando al giustizialismo, alle toghe rosse e alla congiura laicista. Conoscendo però l'ignoranza media di chi strilla frasi come quelle, è doveroso commentare la situazione, in maniera tale da non lasciare nulla al non detto. Non sono propriamente un tecnico del diritto e non posso giudicare in merito al provvedimento (che comunque secondo De Magistris è ingiustificato dato che "esistono precedenti a pioggia nella giurisprudenza italiana") ma qualche punto all'interno della vicenda credo sia inconfutabile: la giustizia italiana è sempre stata molto "timida" (a causa dell'isolamento in cui si trova dai tempi del Maxiprocesso e di Tangentopoli) nello stanare il marciume che avvelena alle basi il nostro Stato; in una tale situazione trasferire e quindi fermare un pm con un'inchiesta così vasta e importante (da lui definita "più grande di tangentopoli") è un gesto folle. Se però a chiedere il trasferimento è il ministro di grazia e clemenza Clemente Mastella (noto, fra i vari motivi, per aver fatto da testimone di nozze al mafioso e segretario dell'UDEUR Campanella, vicino alla banda di Bernardo Provenzano, insieme a Totò Cuffaro) la situazione comincia a puzzare di macchinazione.
Alla luce di tutto ciò, si può solo sperare che la giustizia continui imperterrita il proprio corso, impegnandosi come fa giornalmente per assicurare (o almeno tentarci) i malviventi alla loro condanna.
Che verrà successivamente cancellata da indulti e riforme giudiziarie ad hoc.
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