November 20, 2007

Informazione di regime.

di RingoDePalma

La Commissione Parlamentare per l'Indirizzo Generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi (comunemente detta "Commissione di Vigilanza RAI") è una commissione bicamerale ed è stata istituita nel 1975 con la legge n°103. Tale organo dello Stato ha come fine il controllo e l'indirizzo della RAI sebbene a farne tuttora parte, fra gli altri, siano Mario Landolfi (quella che dopo la cacciata di Luttazzi ha detto che "la satira non deve informare ma deformare" e che sta al pluralismo come il diavolo sta all acqua santa), Paolo Bonaiuti (si commenta da sè), Giampiero Catone (ex braccio destro di Rocco Buttiglione, sotto processo a Roma per bancarotta fraudolenta e truffa per finanziamenti di decine di miliardi di euro al polo industriale di Bolzano), Francesco Maria Giro (quello che alla faccia della diversità disse "sui PACS saremo cattivissimi"), Paolo Romani (presente nell'elenco dei politici che ricevettero generosi finanziamenti dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani), Rocco Buttiglione (quello che al Parlamento Europeo definì l'omosessualità come un "indice di disordine morale" e che disse peste e corna delle ragazze madri e che, appoggiato dalla senatrice ulivista Albertina Soliani, sollecitò la buvette del Senato a vendere i gelati), Paolo Guzzanti (quello che, da presidente della Commissione parlamentare Mitrokhin, ha proposto come "superconsulente" il già noto truffatore napoletano Mario Scaramella), Antonio Polito (uno dei più grandi revisionisti di Tangentopoli dopo Bruno Vespa e i figli di Craxi), Egidio Sterpa (condannato a 6 mesi per lo scandalo dei fondi neri dell'Enimont) e Francesco Storace (indagato dalla Procura di Roma per violazione della legge elettorale e per accesso abusivo a sistema informatico - caso Laziogate - e, insieme a Raffaele Fitto, per presunta erogazione irregolare di finanziamenti). Insomma, un bel gruppo di personcine perbene e dalle ampie vedute, gente che conosce bene il pluralismo disinformazione.
Nel 2005, durante la XIV legislatura, la suddetta commissione ha ordinato, tramite l'Isimm, una ricerca, realizzata dal prof. Paolo Mancini dell'università di Perugia, che analizza i tre telegiornali RAI dal punto di vista della qualità complessiva dell'informazione non utilizzando solo lo strumento del "minutaggio". Solitamente infatti alcuni giornali - come l'Espresso - ricorrono allo strumento "artigianale" del minutaggio (cioè il numero di minuti dedicati ad una parte politica e alla sua controparte) come indicatore della pluralità e della par condicio nei programmi televisivi. Questo metodo di valutazione, però, è largamente insufficiente per misurare il grado di pluralismo, dato che tale concetto è molto più articolato di come solitamente viene presentato. L'indagine del prof. Paolo Mancini esamina il Tg1, Tg2 e il Tg3 in un mese campione del 2004 (quando la Casa delle Libertà era la maggioranza) e tre "rubriche di approfondimento" in due mesi campione (Porta a Porta per Rai1, Punto a Capo per Rai2 e Ballarò per Rai3). Trascrivo in seguito alcuni pezzi del testo in questione (qui è possibile visionarlo per intero) e vi invito ad immaginare, leggendolo, il tg RAI che vedrete fra poco o che magari avete già visto qualche ora fa per verificare l'attinenza della descrizione alla realtà:

"la maggior parte delle notizie politiche dei telegiornali italiani nasce dalle dichiarazioni degli attori politici, singoli o partiti e gruppi; seguono poi gli eventi istituzionali; visite e incontri del Capo dello Stato e attività dei presidenti di Camera e Senato [...]. La rappresentazione della politica in televisione sembra ridursi a racconto delle prese di posizione. Le dichiarazioni degli attori della politica vengono grandemente privilegiate rispetto ai fatti e ai contenuti. Si può dubitare che, seppure questa modalità possa corrispondere ad una certa interpretazione del pluralismo, essa sia utile per avvicinare i cittadini alla politica stessa e contribuisca alla costruzione di un cittadino realmente informato sui fatti".

Sebbene la ricerca non sia proprio recente (è stata redatta nel 2004 e presentata alla Commissione di Vigilanza Rai nel 2005), si può facilmente notare che il modus operandi della (dis)informazione di regime è sempre lo stesso, sebbene ci sia stato qualche (indistinguibile) cambio di direzione (il filologo Riotta al posto di Clemente J. Mimun). I Tg pagati con le nostre tasse sono dei semplici megafoni delle opinioni - badate bene non fatti, ma opinioni - delle parti politiche che periodicamente si impadroniscono della RAI trasformandola in un'arma propagandistica come solo in sud America accade (senza offesa, s'intende, per il sud America).
Dopo aver analizzato lo "schema" tipico dei nostri tg pubblici, l'analisi del prof. Mancini prosegue analizzando nel dettaglio il rapporto quantitativo fra le fonti delle notizie date da questi (cioè contenuti, notizie e dichiarazioni):

"il 62% dei servizi dei tg RAI dedicati alla politica verte esclusivamente sulle dichiarazioni. Nei notiziari del servizio pubblico regna sovrana l'omologazione dei temi trattati, mentre si spinge l'acceleratore sulla conflittualità e sulla spettacolarizzazione [...]. Il Tg1 e il Tg3 rappresentano la politica in modo quasi diametralmente opposto: il primo esalta gli elementi di scontro all'interno dell'opposizione (100 per cento), il secondo esalta quelle all'interno della maggioranza (84 per cento). Il più equilibrato da questo punto di vista è il Tg2 (50 per cento). In ogni caso, la maggior parte dei Tg RAI nasce dalle dichiarazioni dei politici: solo lo 0,2 per cento delle notizie nasce da inchieste. I servizi sono incentrati per il 62,4 per cento nell'illustrare le posizioni dei politici, solo il 28,2 per cento è per disposizioni dei fatti, il 9,4 per cento per i contenuti. Su questo punto i tre Tg si equivalgono. Quanto allo spazio dato alle forze politiche: al governo e al centrodestra il Tg1 ha dedicato il 47 per cento, il Tg2 il 49,9 per cento, il Tg3 il 44,1 per cento. All'opposizione, il Tg1 il 34 per cento, il Tg2 il 28,8 per cento, il Tg3 il 28,3 per cento".

Mi permetto di aggiungere che nello 0,2% di volte in cui le notizie provengono da inchieste giornalistiche, si verifica un'inficiazione data dal fatto che solitamente queste sono fortemente strumentalizzate e realizzate ad hoc selezionando solo gli aspetti atti a dimostrare una determinata tesi. Inoltre le percentuali dell'indagine sono ancora più deplorevoli se le si confrontano con quelle dei tg stranieri: in Francia il 54% dell'informazione politica è data dai contenuti, il 21% sulle notizie e solo il 23% sulle dichiarazioni; in Spagna la proporzione è 35%, 45%, 20% e in Germania è 19%, 49%, 32%.
La forte omologazione ed esasperazione del conflitto si ripercuote anche nei programmi di "approfondimento" analizzati (Porta a Porta, Punto a Capo e Ballarò):

"Anche nel caso delle rubriche ci si può chiedere se l'esasperazione dei punti di vista, cedendo ai bisogni della spettacolarizzazione, faciliti il contatto tra i cittadini e i partiti e se il compito non debba anche essere quello di stimolo continuo, di controllo e di facilitare una corretta partecipazione politica. Se l'esasperazione del conflitto può essere una buona occasione per vincere la competizione fra reti, c'è da chiedersi se così si renda anche un buon servizio alla società".

Questi golpisti dell'informazione, i Di Bella, i Riotta e i Mazza dovrebbero tornare ai posti che gli competono, cioè dovunque ma non in tg del servizio pubblico che dovrebbe informare utilizzando canoni non giullareschi e servili. Certo, loro sono solo l'ultimo anello di una catena arruginita quale è l'assetto radiotelevisivo italiano, che permette al parlamento di essere praticamente il principale editore, ma qualche volta potrebbero anche tentare, giusto per vedere cosa si prova, a drizzare la schiena e ignorare le dichiarazioni e le pressioni dei politici. Verrebbero cacciati dai loro posti? Può darsi, ma tanto se vi rimangono e non informano, che giornalisti possono mai essere? Santoro ha fatto il suo dovere ed è stato cacciato dopo l'editto bulgaro ma, facendo ricorso al tribunale del lavoro, ha vinto la causa ed è stato riammesso. Anche in questo caso la Costituzione parla chiaro, infatti all'articolo 21 si legge:

"[...] La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure [...]"

Certo è che nel nostro Paese, citando Victor Hugo, "c'è gente che pagherebbe per vendersi" e molti giornalisti sono fra queste persone, ma non possiamo ignorare quelli che, indignati del loro ruolo, negli ultimi 7 anni (governo Berlusconi e governo Prodi) hanno scioperato una quantità enorme di volte (per un paese civile) non per aumenti salariali o per questioni simili, ma perchè con la mannaia che alegga continuamente sulle loro teste, loro dignità professionale è lesa, ed è leso anche il servizio che rendono ai cittadini, il loro pubblico. Questa è censura.
Gli striscianti Bruno Vespa, i Gigi Moncalvo (che non è solo conduttore ma anche capostruttura Informazione di Rai2), i Floris che si fanno comandare a bacchetta dal Tremonti di turno, tutte queste persone insieme ad altre, con il loro modo di fornire informazione precotta e omologata, con il loro modo di fingersi baluardi del pluralismo invitando in trasmissione per ogni scemenza il politico pro e il politico contro, con il loro modo di farsi semplici ripetitori di gente pregiudicata e incompetente, si sono già licenziati da soli da tempo. Non dal loro posto di lavoro, ma dalla loro etica professionale.
Alla faccia del Riottoso che dà lezioni di giornalismo.


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