29 novembre 2007

IL RITORNO DELLO SCORPIONE

TERAMO – Negli anni ’60 e ’70 è stato sinonimo di alta velocità e prestazioni made in Italy. Oggi dopo qualche tempo trascorso nell’oblio, il marchio Abarth torna a rivivere, facendo scoprire ai giovani nuove sensazione, facendo tornare a battere il cuore a quelli che giovani lo furono trent’anni fa. La prima auto a tornare sul mercato con il marchio dello scorpione, è la Grande Punto rivisitata in maniera corsaiola. La pungente corsaiola torinese è proposta con un benzina (1400 da 155 cv) in allestimento unico. Esternamente l’auto è nel corpo vettura la Fiat Grande Punto, che tanti successi sta ottenendo sui mercati in cui è venduta. A differenziare la versione Abarth da quella Fiat ci pensano i particolari. Assetto sportivo, minigonne laterali, cerchi in lega dal design grintoso, doppio terminale di scarico cromato e vetri fumè dei fanali anteriori e posteriori sono proprio i tocchi di design e di sportività che differenziano la corsaiola dalla media utilitaria. Entrando dentro è come su ogni Abarth con la A maiuscola: l’apoteosi della sportività. Sedili da corsa presi in prestito dalle vetture rally; consolle grintosa; le trapunture rosse sul volante, sul cambio e sui sedili; il quadro strumenti “rosso indiavolato” misti alla nota spaziosità interna della Grande Punto sono i pregi dell’abitacolo interno, sempre ben sfruttabile. E ora le emozioni salgono a mille. Ecco il resoconto del test drive. La Abarth Grande Punto guidata è stata la 1400 TJet 155 cv da 19191 €. Mettersi al volante di una Abarth è sempre un emozione, grazie a una storia di corse e di trionfi. Anche provare la creatura con cui lo scorpione torna a vivere è una forte emozione. La Grande Punto guidata è l’esatto trade d’union fra il glorioso passato della casa torinese e un futuro che si spera ricco di altrettanti soddisfazioni. Su strada il comportamento non può che essere corsaiolo in tutto e per tutto, grazie a un poderoso motore (il 1400 TJet da 155 cv) che fa scattare l’auto con quel piglio che si confà alle grandi sportive, garantendo non solo una elevata dose di brio, ma anche un ottimo confort, e un appena accennato rumore di fondo (ma se un Abarth non si fa sentire, che Abarth è!). Infine l’unico prezzo di listino: la 1400 Tjet da 155 cv costa 17800 € (Benzina).


Bruno Allevi

26 novembre 2007

SE FAI IL BRAVO TI COMRO LA CROMA, PUNTO!

TORTORETO LIDO – Dopo due anni di onorata carriera, aprendo il “ritorno al passato” in Fiat, la Croma si rinnova, con un restyling svecchiante. La nuova Croma è proposta con un solo benzina (1800 da 140 cv) e con 2 diesel Multijet (1900 da 120 e 150 cv, 2400 da 200 cv), negli allestimenti Active, Dynamic, Emotion, Must. A cambiare nella nuova Croma sono stati i particolari, e i particolari importanti. Infatti sono mutati l’anteriore (adesso ha il frontale della Bravo) e alcune note del posteriore (nuovo il paraurti) mentre il resto della coda come il resto del corpo vettura è rimasto pressoché immutato. Salendo a bordo della nuova station italica, si nota che il restyling ha riguardato anche gli interni. Novità vi sono soprattutto per quanto riguarda la plancia (assai tecnologica, con degli inserti eleganti in finto legno), la consolle centrale dal nuovo disegno, il quadro strumenti assai vivace grazie alla retroilluminazione rosso fuoco. Interessante optional sono gli schermi dvd orientabili che fuoriescono dal cielo: un'altra nota tecnologica in un auto tecnologicamente all’avanguardia. Ed ora il momento delle sensazione al volante dell’auto torinese. La Croma provata è stata la 1900 Multijet 150 cv Emotion da 29676 €. Se due anni fa la Croma era il Crossover – Ammiraglia di Fiat, adesso con questo restyling la Ctoma è diventata “la Station Wagon secondo Fiat”. Del restyling hanno beneficiato le parti vitali dell’auto (corpo vettura e interni): il frontale sportivo della Bravo ha sostituito il più classico della Croma first generation, ed anche la coda è più dinamica e meno pesante di prima. Internamente è aumentato il comfort e l’insonorizzazione mentre la storica brillantezza del motore 1900 da 150 cv è sempre presente, rendendo ogni spostamento con la Croma, come recita la pubblicità, “un grande viaggio”. Infine i prezzi: per i benzina si va dai 23500 € della 1800 Active ai 25000 € della 1800 Dynamic; per i diesel si va dai 25000 € della 1900 Multijet 120 cv Active ai 33500 € della 2400 Multijet 200 cv Must.


Bruno Allevi

Giustizia in Italia - Clementina Forleo.

di RingoDePalma


Clementina Forleo è un magistrato italiano, ed è secondo me un vanto. E' nata a Francavilla Fontana, in Puglia, nel 1964, ha conseguito la laurea in giurisprudenza con lode presso l'università di Bari e nel 1989 ha vinto il concorso da magistrato, dopo averne vinto già uno per ricoprire il ruolo di commissario e dopo aver ricevuto un riconoscimento per il lavoro svolto durante gli sbarchi dei clandestini in Puglia.
E' nota al "grande pubblico" circa dal 2006 con l'inchiesta sui tre extracomunitari accusati di terrorismo internazionale ma, soprattutto, da un pò di mesi a questa parte, è nota per essere il gip della Procura di Milano che si occupa della vicenda delle scalate a BNL ed Antonveneta (inchiesta chiamata bancopoli). Per chi non conoscesse la vicenda, ecco un "breve" riassunto delle puntate precedenti.
C'era una volta l'estate del 2004, il sole splendeva e riscaldava la nostra Italia e, mentre gli italiani non andavano in vacanza a causa della crisi economica che c'era da un pò di tempo (e che vige ancora) una banca olandese, la ABN Ambro chiese alla Banca d'Italia un'autorizzazione per salire dal 12,6% al 20% nella quota della Banca Antoniana Popolare Veneta (da qui in poi Banca Antonveneta), di modo da diventarne azionista di maggioranza relativa.
Contemporaneamente il Banco di Bilbao, una banca spagnola, deteneva il 15% della Banca Nazionale del Lavoro (da qui in poi BNL). Nel febbraio 2005 la Banca Popolare di Lodi (da qui in poi BPL) ottenne dalla Banca d'Italia il permesso di salire a quota 15% del pacchetto azionario di Antonveneta. Un mese dopo, nel marzo 2005, il Banco di Bilbao lanciò un'Offerta di Pubblico Acquisto (vedi cos'è un'O.P.A.) per la maggioranza delle azioni della BNL e il giorno dopo la ABN Ambro lanciò un'OPA per Antonveneta. Un mese dopo, nell'aprile 2005, la BPL lanciò un'Offerta di Pubblico Scambio su Antonveneta e in luglio Unipol lanciò un'Offerta di Pubblico Acquisto su BNL. Dopo tutte queste offerte, la situazione vedeva due banche italiane (la Unipol e la Banca Popolare di Lodi) a competere con due banche straniere (Banco di Bilbao e ABN Ambro) per acquistare la maggioranza del pacchetto azionario delle banche rispettivamente scelte.
Lo scandalo scoppiò a fine luglio 2005 quando la Procura di Milano, a seguito delle indagini condotte dai pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotta, sequestrò i titoli di Antonveneta detenuti dalla Banca Popolare Italiana (cioè la "vecchia" BPL che nel frattempo aveva cambiato nome). Dalle indagini si evince che il nodo dell'accaduto sta nell'amicizia che lega l'amministratore delegato della BPL Gianpiero Fiorani al governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio che, a quanto pare, favorì celeri autorizzazioni per la BPL e invece rallentò l'esecuzione delle richieste della ABN Ambro. Secondo quanto affermato dalla Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (vedi cos'è la C.O.N.S.O.B.) la ex BPL, cioè BPI, aveva "rastrellato azioni della Antonveneta sin dal novembre 2004 attraverso un patto parasociale tenuto segreto". Sin dal 14 febbraio 2005, infatti, il 52% della quota di Antonveneta era controllato da una cordata che vedeva la partecipazione, oltre della BPL, dell'Unipol, della Fingruppo, della GP Finanziaria e della Magiste e l'operazione, secondo quanto affermato dallo stesso Fiorani nell'interrogatorio del 17 dicembre, fu finanziata con illeciti aumenti delle commissioni bancarie e tramite altrettanto illeciti sottrazioni di soldi dai conti correnti delle persone defunte. La Procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata ad Antonveneta ed ipotizza il reato di agiotaggio (vedi cos'è l'agiotaggio) e in una quindicina di giorni 23 persone vengono iscritte nel registro degli indagati.
Fra gli indagati ci sono Gianpiero Fiorani (amministratore delegato di BPL) ed Emilio Gnutti (proprietario di Fungruppo, GP Finanziaria e Hopa, in cui Silvio Berlusconi ha una partecipazione tramite Mediaset e Fininvest), già coautore della scalata a Telecom Italia insieme alla Olivetti di Roberto Colaninno e vicepresidente della Monte dei Paschi di Siena. A seguito delle indagini, in giugno 2005, il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amminstrazione della Antonveneta. Contemporaneamente a tutto ciò, la Procura di Roma apre un fascicolo sui movimenti nel settore bancario e Gianpiero Fiorani viene iscritto nel relativo registro degli indagati assieme a Francesco Frasca, responsabile della vigilanza presso Bankitalia.
A fine luglio 2005 i pm di Milano Fusco e Perotti, titolari dell'inchiesta, dispongono il sequestro delle azioni di Antonveneta detenute da BPI e dai concertisti (cioè i facenti parte della suddetta cordata) Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, i Lonati e Danilo Coppola. Il 2 agosto 2005 il gip Clementina Forleo "entra in scena" nell'inchiesta convalidando il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti. A settembre Fiorani si dimette da amministratore delegato della BPI in seguito a nuove ipotesi di reato nei suoi confronti quali falsa dichiarazione a pubblico ufficiale, falso in bilancio e falso prospetto, che si aggiungono quindi ai reati già contestati quali agiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività della Consob.
Da settembre l'inchiesta subisce un allargamento: i partiti "discutono" dell'accaduto, chiedono le dimissioni del governatore della Banca d'Italia Fazio, il governo evita in tutti i modi di prendere decisioni sull'argomento e il ministro delle finanze Domenico Siniscalco si dimette in segno di protesta verso l'immobilismo del governo. Nel frattempo filtra la notizia che il governatore Fazio fosse indagato già da agosto e successivamente, in ottobre, viene convocato in Procura a Roma dai magistrati dell'inchiesta. In dicembre l'intero consiglio d'amministrazione (cda) della BPI viene indagato per agiotaggio e a questi indagati si aggiunge anche Giovanni Consorte, amministratore della compagnia assicurativa Unipol, per aver partecipato al rastrellamento delle azioni Antonveneta per conto di Fiorani. A metà dicembre Fiorani viene indagato anche per associazione a delinquere e a questo punto il gip Clementina Forleo emette un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Fiorani. Nello stesso giorno viene indagato per agiotaggio anche Vito Bonsignore, europarlamentare dell'UDC, imprenditore, proprietario della Gefip (una delle concertiste). In pochi giorni la Procura di Roma indaga anche Consorte per agiotaggio, oltre che per manipolazione del mercato e ostacolo all'autorità di vigilanza nell'ambito dell'inchiesta della scalata a BNL (dopo che la Consob accerta "un patto parasociale tra Unipol e Deutsche Bank").
Nel suo primo interrogatorio, Fiorani ammette di aver accumulato un tesoro di 70 milioni di euro a spese dei propri clienti, dopo pochi giorni Fazio e Consorte si dimettono, rispettivamente dalla carica di governatore della Banca d'Italia e amministratore di Unipol, poichè si viene a sapere che quest'ultima Banca avrebbe aiutato la BPL nella scalata ad Antonveneta in cambio di vantaggi per l'acquisizione della BNL...
Nel gennaio 2006, dopo le dimissioni del pm romano Achille Toro a causa del presunto reato di violazione del segreto d'ufficio, gli olandesi di ABN Ambro, acquisito il capitale che era illegalmente nelle mani della BPL, raggiungono il 55,8% della Antonveneta mentre il gruppo BNP Paribas acquista il 48% della BNL da Unipol e associati. Dall'interrogatorio di Fiorani emersero altri dettagli: la concessione di prestiti a tassi agevolati a esponenti del centrodestra per ottenere il "salvataggio" di Antonio Fazio, la rilevazione di Credieuronord, banca leghista sull'orlo del fallimento, e l'elargizione di tangenti ad esponenti politici di centrodestra. Queste ultime informazioni però attendono dei riscontri documentati. Fra gli indagati dell'inchiesta figurano anche Piero Fassino (allora segretario dei Democratici di Sinistra) e Massimo D'Alema (all'epoca presidente dei Democratici di Sinistra e attualmente Ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri).
Insomma, miei cari utenti, questa signora non ha svolto altro che il suo lavoro cercando di assicurare alla giustizia gente che, molto probabilemte, ha violato le leggi del nostro paese. L'Unipol a quanto pare voleva acquisire la BNL senza rispettare le regole aiutando, oltretutto, la BPL ad acquisire la ABN Ambro in maniera ugualmente illegale. Il tutto favorito da un'ampia parte del continuum parlamentare destra - sinistra.
Questa signora, di cui non sono imparentato e che non mi paga per scrivere ciò, dice di aver ricevuto pressioni dagli stessi ambienti istituzionali per non fare il suo lavoro, senza considerare la "fatale coincidenza" rappresentata dalle minacce di morte ricevute dai suoi genitori nel 2005 e l'incidente stradale che li uccise nell'estate di quell'anno. Questa signora ha ricevuto il "Premio Borsellino", un'onorificenza di valore molto elevato, mica come lo scudetto quando c'era la juve! Gli ambienti istituzionali, che molto probabilemente hanno anche giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, si sono macchiati di un grave reato Costituzionale: l'inosservanza rispettivamente degli articoli 3, 101, 104, 108:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. [...]"


"[...] I giudici sono soggetti soltanto alla legge."


"La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. [...]"


"[...] La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia."


Clementina, continua così, hai l'appoggio di molti italiani e io sono fra questi. E come me ce ne sono davvero tanti altri.
Clementina...
FACCI SOGNARE!!!*

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Piccola nota storica:
* "Facci sognare" è un'antica giaculatoria risalente ad un periodo storico in cui un ex comunista di origini italiane, telefondando ad un famoso banchiere, lo incitò a dare il meglio di sè in un atto illegale avente a che fare con millenari istituti di credito. Il primo utente che individuerà il nome dell'autore di questa affermazione, si aggiudicherà un weekend sulla barca a vela del baffetto... oooops!

23 novembre 2007

Al Presidente della Repubblica Italiana.

di RingoDePalma

Gentile Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano,

spero che lei abbia accettato il mio invito a leggere questo blog, anche perchè questo post è dedicato e rivolto a lei. Sono uno studente di 21 anni di scienze politiche e voglio farmi sentire da lei, in questo momento le scrivo con la confusione nella testa e con la Costituzione nel cuore. Voglio cominciare il tutto con una domanda:
Presidente, lei ieri sera (22 novembre 2007) ha guardato la televisione?
Le chiedo quella che può sembrare una quisquilia perchè ieri sera, tornato a casa da una intensa giornata di studio, cenando, mi sono deliziato con l'ottimo palinsesto della tv italiana pubblica e privata: in prima serata su Rai 2 si parlava dei familiari delle vittime di mafia (e della norma in finanziaria che assegna loro pensioni più basse rispetto a quelle delle vittime di terrorismo). In seconda serata c'è stata un'ardua scelta: Porta a Porta dal titolo esemplare "L'Italia da Totò a Grillo: sappiamo ancora ridere?" o Le Iene che, nel momento in cui vi approdavo disgustato da Vespa, trasmettevano un servizio riguardo le associazioni antiraket e la gente che ha deciso di sottrarsi a quest'ignobile malcostume? Ovviamente la scelta è caduta sulla seconda offerta.
Ultimo ma non ultimo, ho visto un tg Rai in seconda serata e, fra le altre notizie, l'ho vista pronunciare: "le intercettazioni restino segrete [...] almeno fino a che c'è il segreto istruttorio". A questo punto ho maturato l'idea di invitarla a leggere questa lettera che condivido con gli utenti del mio blog.
Lei che è laureato in giurisprudenza, come fa a non sapere di aver detto una solenne fesseria? Io studio scienze politiche e conosco la regolamentazione del segreto istruttorio, lei è stato ministro dell'Interno oltre che Presidente della Camera dei deputati e cosa mi dice? Come può non conoscere la gravità di ciò che ha detto?
Ma vediamo perchè affermo ciò. Il cosiddetto "segreto istruttorio" che lei ha menzionato nel suo intervento pubblico è regolato dall'articolo 329 del Codice di Procedura Penale:

"Gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l'imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari".

Poichè le persone in questione (i funzionari Rai - Mediaset che si accordavano sul palinsesto per favorire la Casa delle Libertà, cioè gli imputati) hanno regolarmente ricevuto un avviso di garanzia e quindi sono stati informati dell'indagine, il segreto istruttorio che lei ha tirato in ballo decade. Non lo si applica più. Ma se tale vincolo decade, perchè secondo lei le intercettazioni dovrebbero restare segrete? Me lo spieghi, per piacere. Sono davvero curioso.
Ci sono principalmente due ragioni per cui le intercettazioni, in questo come in altri casi, non devono restare segrete:
  1. i cittadini devono sapere chi sono gli sciagurati disonesti che li governano, in maniera tale da poter scegliere scientemente se rieleggerli o meno e quindi esercitare appieno il diritto di voto (articolo 48 della Costituzione "il voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge");
  2. siamo un paese libero (o almeno vorremmo esserlo), quindi le informazioni devono circolare ed essere fruibili da chiunque senza restrizioni (articolo 21 della Costituzione "la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure").
Signor Presidente, io sono molto deluso del suo intervento televisivo del 21 corrente mese.
Fino a ieri sera lei, per me, rappresentava un baluardo della legge fondamentale, della Costituzione per cui i partigiani si sono battuti. Certo, un baluardo non troppo solido secondo me, ma comunque rappresentava qualcuno che rispettasse e facesse rispettare almeno le libertà fondamentali, almeno quelle che ci fanno stare con un piede fuori dall'insieme delle repubbliche delle banane. Lei è un uomo delle istituzioni, certo, ma tale ruolo compromette l'essenza dei fatti e degli avvenimenti? Detto in altre parole, essere uomo delle istituzioni (come lo è la Rai) vuol dire difendere il buon nome di queste senza se e senza ma?
Ha idea di come va il nostro Paese? Lei la guarda la televisione? Lei è un uomo di un certo livello culturale, come fa a non indignarsi continuamente per tutto ciò che accade? Il nostro è un paese allo sfascio e lei vuole cancellare le informazioni per salvare il buon nome delle istituzioni? Vuole una veloce carrellata dell'Italia su cui lei dovrebbe vegliare?
  1. la mafia è la prima azienda Italiana (non secondo me, ma secondo SOS Impresa) e (non) fattura 90 miliardi di euro all'anno;
  2. il mercato del lavoro è una cloaca massima in cui gente preparata e formata deve elemosinare un impiego instabile e sottopagato, oppure andare all'estero come facevano i miei bisnonni;
  3. la Chiesa Cattolica, fregandosene delle pari opportunità (articolo 3 della Costituzione), della laicità dello Stato (articolo 7 della Costituzione), riceve ogni anno decine di miliardi di euro che potrebbero andare in opere realmente utili (sanità, istruzione, pensioni, servizi...);
  4. i partiti politici sono un refugium peccatorum e da essere i naturali rappresentanti della società civile sono diventati il punto di riferimento di gruppi imprenditoriali, cosche mafiose e lobby d'ogni tipo;
  5. la magistratura subisce ogni giorno attacchi da qualunque settore della vita politica e civile italiana, in primis gli stessi membri del parlamento eletti con un sistema elettorale degno del ventennio fascista;
  6. l'informazione non esiste, abbiamo solo un branco di giornalisti di regime (a prescindere dal governo di turno) che squittiscono le verità giornaliere, la cronaca nera è tutto quello che sappiamo;
  7. la ricerca scientifica praticamente non esiste, l'istruzione primaria è bassa e di bassa qualità, siamo i fanalini di coda nel mondo per tutto ciò che riguarda l'applicazione delle nuove tecnologie.
Presidente, io non vorrei fare il saccente con lei, non vorrei elencare gli articoli della Costituzione a lei che dovrebbe esserne il garante, ma come mi spiega quello che ha detto? Come mi spiega quell'attentato alla democrazia che lei, con due frasette in un tg, ha compiuto?
Presidente, io amo la nostra Repubblica e spero seriamente che lei non abbia detto sul serio quelle parole e che la Rai le abbia giocato uno scherzo (molto) pesante mandando in onda un imitatore o magari un doppiaggio ben riuscito, anche perchè fra le varie cose lei non poteva non sapere degli avvisi di garanzia a carico degli imputati perchè questi sono stati emessi diversi giorni prima del suo intervento (fra il 20 e il 21), e lei non parla senza cognizione di causa, vero?
Presidente, se c'è, risponda. Io l'ho invitata.


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Altri post su http://vivalacostituzione.blogspot.com

22 novembre 2007

Il paese delle (im)pari opportunità.

(il capo spirituale del partito Lega Nord, Mohammed Calderoli)

Gentili utenti del blog, iniziamo a trattare gli argomenti della Costituzione vista nella chiave delle critica delle pari opportunità, argomento alquanto dolente in Italia. Tratterò con voi in questa sezione argomenti di attualità studiandone le connessioni con uno o più articoli costituzionali. Il post di oggi tratta dell'articolo numero 3 (scaricate l'intera costituzione italiana in formato pdf):

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".

Questo articolo, come si può facilmente intuire, sarà oggetto di molteplici post dato che descrive praticamente un'infinità di situazioni che in Italia non si avverano. Parliamo di quest'articolo dal punto di vista della laicità dello Stato. Qualche settimana fa ho guardato la trasmissione "Annozero" (guarda la puntata in questione) di Michele Santoro che aveva come ospiti il deputato e ministro Antonio di Pietro (eroe di "Mani Pulite" insieme a Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo), il senatore del "nuovo" partito "La Destra" Francesco Storace e come sempre Marco Travaglio e Vauro Senesi.
Fra gli argomenti trattati c'era l' "emergenza moschea", uno dei tanti problemi della odierna Bologna. In buona sostanza, affiancando al termine "musulmano" quello di "terrorista", la popolazione cittadina ha ritenuto giusto schierarsi contro la costruzione di una moschea di 6.000 metri quadrati. Effettivamente questa costruzione si prospetta come un'opera mastodontica.
La questione, gridata in questi termini da praticamente tutti i tg e i giornali italiani, non è proprio così. Una moschea a Bologna già esiste ma, essendo sovraffollata e avendo dei problemi di sicurezza, non è idonea al pubblico che riceve. Il vero problema non è propriamente nella costruzione di tale opera, ma nel fatto che il sindaco Sergio Cofferati ha proposto un'ordinanza secondo cui il Comune cederebbe il territorio per la nuova moschea (quella di 6.000 metri quadrati) in cambio di quello dove attualmente risiede la moschea inadeguata.
Oltre a tale informazione assolutamente scorretta, un grande problema in tale situazione è che con la paura (o spauracchio?) del terrorismo, si eliminano alla base i diritti fondamentali dei cittadini cioè la pari dignità sociale ed eguaglianza davanti alla legge delle confessioni religiose in Italia. Come vedremo anche nei prossimi post, la Chiesa Cattolica fa abbondanti scorpacciate di queste situazioni di sperequazione sociale. In una breve intervista ad Annozero, il vescovo di Bologna ha giustificato l'avversione di una parte della cittadinanza dicendo che "quella Cattolica non è più la religione di Stato [...] ma è comunque la religione storica dell'Italia" e che "[le chiese] di Bologna non sono di 6.000 metri quadrati": ma è ovvio! Se le chiese in questione risalgono al medioevo non potevano certo essere costruite così grandi con i mezzi dell'epoca e comunque, Bologna ha circa 93 chiese, è normale che non c'è bisogno di così grandi centri di aggregazione se c'è una così capillare copertura. Inoltre, dal punto di vista della sicurezza, molto probabilmente non si potrebbero compiere od organizzare atti illegali (ad esempio un attentato terroristico) se le forze dell'ordine e la giustizia più in generale funzionassero correttamente.
Si gioca quindi a fare i "duri" in tema di sicurezza (come il ministro dell'interno Rudolf GiuliAmato, ex braccio destro del tangentista Bettino Craxi) agendo solo sulle conseguenze senza risolvere alla radice il vero problema e sacrificando i più basilari diritti di cittadino: si impedisce di spostare moschee (e non quindi costruirne di nuove come è stato detto) ma si sottopagano i corpi di polizia, non si fornisce loro la benzina per le volanti (nel fortuito caso in cui queste funzionino e non si fermino ogni chilometro) o le batterie per le torce quando fanno la ronda notturna, le Procure sono sottonumerate, molto spesso operano in locali inadeguati... Chi poi è all'opposizione, approfittando della possibilità di fare caciara e creare più confusione possibile sull'argomento, rimane fedele all'encefalogramma piatto e proclama il "maiale day"... contro il capo spirituale Mohammed Calderoli!

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21 novembre 2007

MITICA VARIANT

TORTORETO LIDO – La Golf, leggenda vivente dell’automobilismo moderno, raddoppia, presentando la versione Variant. La nuova famigliare tedesca, basata sulla quinta serie della popolarissima vettura di Wolfsburg, è equipaggiata da 2 benzina (1400 TSI da 140 cv e 1600 da 102 cv) e due diesel TDI (1900 da 105 cv e 2000 da 140 cv), negli allestimenti Trendline, Comfortline, Sportline. Nell’estetica la versione station della Golf si distingue dalla berlina per il corpo vettura più lungo, per la coda (slanciata e sportiva con i particolari fari affusolati), per la presenza delle barre porta pacchi longitudinali sul tetto. L’anteriore invece è lo stesso della berlina (i fari ovoidali che chiudono la mascherina cromata, con al centro il grande stemma Volkswagen, ormai un family feeling di tutte le auto della casa tedesca). Salendo a bordo della Golf SW si può notare la solita cura dei dettagli che la Volkswagen mette in ogni suo prodotto. Consolle centrale completa di tutto con i comandi giusti al posto giusto, abitabilità migliorata grazie proprio alla coda e alla possibilità di avere un bagagliaio migliore e meglio sfruttabile, quadro strumenti sempre retroilluminato dall’ormai consueto “Blu Volkswagen” sono le note liete dell’interno. Ed ora il momento del resoconto delle sensazioni di guida. La Golf Variant provata è stata la 1900 TDI 105 cv Comfortline da 23927 €. Dopo oltre 30 anni di successi plantetari, la Golf esce sul mercato con la 3° serie della Variant (basata sulla 5° serie della berlina). L’auto, che anteriormente è identica alla V serie e che nella coda, slanciata e sportiva, denota tutta la sua grinta, su strada ha un comportamento perfetto. Partendo da un confort eccellente a bordo, continuando per una guidabilità e una facilità di manovra molto buone, e concludendo decantando le doti di brio ed elasticità del 1900 TDI da 105 cv, ben si comprende come mai quest’auto (sia berlina che station) sia da molti anni l’auto di riferimento per l’intero settore. Infine i prezzi. Per i benzina si va dai 17426 € della 1600 102 cv Trendline ai 23301 € della 1400 TSI Sportline; per i diesel si va dai 21276 € della 1900 TDI 105 cv DPF Trendline ai 26551 € della 2000 TDI 140 cv DPF Sportline.


Bruno Allevi

20 novembre 2007

Informazione di regime.

di RingoDePalma

La Commissione Parlamentare per l'Indirizzo Generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi (comunemente detta "Commissione di Vigilanza RAI") è una commissione bicamerale ed è stata istituita nel 1975 con la legge n°103. Tale organo dello Stato ha come fine il controllo e l'indirizzo della RAI sebbene a farne tuttora parte, fra gli altri, siano Mario Landolfi (quella che dopo la cacciata di Luttazzi ha detto che "la satira non deve informare ma deformare" e che sta al pluralismo come il diavolo sta all acqua santa), Paolo Bonaiuti (si commenta da sè), Giampiero Catone (ex braccio destro di Rocco Buttiglione, sotto processo a Roma per bancarotta fraudolenta e truffa per finanziamenti di decine di miliardi di euro al polo industriale di Bolzano), Francesco Maria Giro (quello che alla faccia della diversità disse "sui PACS saremo cattivissimi"), Paolo Romani (presente nell'elenco dei politici che ricevettero generosi finanziamenti dalla Banca Popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani), Rocco Buttiglione (quello che al Parlamento Europeo definì l'omosessualità come un "indice di disordine morale" e che disse peste e corna delle ragazze madri e che, appoggiato dalla senatrice ulivista Albertina Soliani, sollecitò la buvette del Senato a vendere i gelati), Paolo Guzzanti (quello che, da presidente della Commissione parlamentare Mitrokhin, ha proposto come "superconsulente" il già noto truffatore napoletano Mario Scaramella), Antonio Polito (uno dei più grandi revisionisti di Tangentopoli dopo Bruno Vespa e i figli di Craxi), Egidio Sterpa (condannato a 6 mesi per lo scandalo dei fondi neri dell'Enimont) e Francesco Storace (indagato dalla Procura di Roma per violazione della legge elettorale e per accesso abusivo a sistema informatico - caso Laziogate - e, insieme a Raffaele Fitto, per presunta erogazione irregolare di finanziamenti). Insomma, un bel gruppo di personcine perbene e dalle ampie vedute, gente che conosce bene il pluralismo disinformazione.
Nel 2005, durante la XIV legislatura, la suddetta commissione ha ordinato, tramite l'Isimm, una ricerca, realizzata dal prof. Paolo Mancini dell'università di Perugia, che analizza i tre telegiornali RAI dal punto di vista della qualità complessiva dell'informazione non utilizzando solo lo strumento del "minutaggio". Solitamente infatti alcuni giornali - come l'Espresso - ricorrono allo strumento "artigianale" del minutaggio (cioè il numero di minuti dedicati ad una parte politica e alla sua controparte) come indicatore della pluralità e della par condicio nei programmi televisivi. Questo metodo di valutazione, però, è largamente insufficiente per misurare il grado di pluralismo, dato che tale concetto è molto più articolato di come solitamente viene presentato. L'indagine del prof. Paolo Mancini esamina il Tg1, Tg2 e il Tg3 in un mese campione del 2004 (quando la Casa delle Libertà era la maggioranza) e tre "rubriche di approfondimento" in due mesi campione (Porta a Porta per Rai1, Punto a Capo per Rai2 e Ballarò per Rai3). Trascrivo in seguito alcuni pezzi del testo in questione (qui è possibile visionarlo per intero) e vi invito ad immaginare, leggendolo, il tg RAI che vedrete fra poco o che magari avete già visto qualche ora fa per verificare l'attinenza della descrizione alla realtà:

"la maggior parte delle notizie politiche dei telegiornali italiani nasce dalle dichiarazioni degli attori politici, singoli o partiti e gruppi; seguono poi gli eventi istituzionali; visite e incontri del Capo dello Stato e attività dei presidenti di Camera e Senato [...]. La rappresentazione della politica in televisione sembra ridursi a racconto delle prese di posizione. Le dichiarazioni degli attori della politica vengono grandemente privilegiate rispetto ai fatti e ai contenuti. Si può dubitare che, seppure questa modalità possa corrispondere ad una certa interpretazione del pluralismo, essa sia utile per avvicinare i cittadini alla politica stessa e contribuisca alla costruzione di un cittadino realmente informato sui fatti".

Sebbene la ricerca non sia proprio recente (è stata redatta nel 2004 e presentata alla Commissione di Vigilanza Rai nel 2005), si può facilmente notare che il modus operandi della (dis)informazione di regime è sempre lo stesso, sebbene ci sia stato qualche (indistinguibile) cambio di direzione (il filologo Riotta al posto di Clemente J. Mimun). I Tg pagati con le nostre tasse sono dei semplici megafoni delle opinioni - badate bene non fatti, ma opinioni - delle parti politiche che periodicamente si impadroniscono della RAI trasformandola in un'arma propagandistica come solo in sud America accade (senza offesa, s'intende, per il sud America).
Dopo aver analizzato lo "schema" tipico dei nostri tg pubblici, l'analisi del prof. Mancini prosegue analizzando nel dettaglio il rapporto quantitativo fra le fonti delle notizie date da questi (cioè contenuti, notizie e dichiarazioni):

"il 62% dei servizi dei tg RAI dedicati alla politica verte esclusivamente sulle dichiarazioni. Nei notiziari del servizio pubblico regna sovrana l'omologazione dei temi trattati, mentre si spinge l'acceleratore sulla conflittualità e sulla spettacolarizzazione [...]. Il Tg1 e il Tg3 rappresentano la politica in modo quasi diametralmente opposto: il primo esalta gli elementi di scontro all'interno dell'opposizione (100 per cento), il secondo esalta quelle all'interno della maggioranza (84 per cento). Il più equilibrato da questo punto di vista è il Tg2 (50 per cento). In ogni caso, la maggior parte dei Tg RAI nasce dalle dichiarazioni dei politici: solo lo 0,2 per cento delle notizie nasce da inchieste. I servizi sono incentrati per il 62,4 per cento nell'illustrare le posizioni dei politici, solo il 28,2 per cento è per disposizioni dei fatti, il 9,4 per cento per i contenuti. Su questo punto i tre Tg si equivalgono. Quanto allo spazio dato alle forze politiche: al governo e al centrodestra il Tg1 ha dedicato il 47 per cento, il Tg2 il 49,9 per cento, il Tg3 il 44,1 per cento. All'opposizione, il Tg1 il 34 per cento, il Tg2 il 28,8 per cento, il Tg3 il 28,3 per cento".

Mi permetto di aggiungere che nello 0,2% di volte in cui le notizie provengono da inchieste giornalistiche, si verifica un'inficiazione data dal fatto che solitamente queste sono fortemente strumentalizzate e realizzate ad hoc selezionando solo gli aspetti atti a dimostrare una determinata tesi. Inoltre le percentuali dell'indagine sono ancora più deplorevoli se le si confrontano con quelle dei tg stranieri: in Francia il 54% dell'informazione politica è data dai contenuti, il 21% sulle notizie e solo il 23% sulle dichiarazioni; in Spagna la proporzione è 35%, 45%, 20% e in Germania è 19%, 49%, 32%.
La forte omologazione ed esasperazione del conflitto si ripercuote anche nei programmi di "approfondimento" analizzati (Porta a Porta, Punto a Capo e Ballarò):

"Anche nel caso delle rubriche ci si può chiedere se l'esasperazione dei punti di vista, cedendo ai bisogni della spettacolarizzazione, faciliti il contatto tra i cittadini e i partiti e se il compito non debba anche essere quello di stimolo continuo, di controllo e di facilitare una corretta partecipazione politica. Se l'esasperazione del conflitto può essere una buona occasione per vincere la competizione fra reti, c'è da chiedersi se così si renda anche un buon servizio alla società".

Questi golpisti dell'informazione, i Di Bella, i Riotta e i Mazza dovrebbero tornare ai posti che gli competono, cioè dovunque ma non in tg del servizio pubblico che dovrebbe informare utilizzando canoni non giullareschi e servili. Certo, loro sono solo l'ultimo anello di una catena arruginita quale è l'assetto radiotelevisivo italiano, che permette al parlamento di essere praticamente il principale editore, ma qualche volta potrebbero anche tentare, giusto per vedere cosa si prova, a drizzare la schiena e ignorare le dichiarazioni e le pressioni dei politici. Verrebbero cacciati dai loro posti? Può darsi, ma tanto se vi rimangono e non informano, che giornalisti possono mai essere? Santoro ha fatto il suo dovere ed è stato cacciato dopo l'editto bulgaro ma, facendo ricorso al tribunale del lavoro, ha vinto la causa ed è stato riammesso. Anche in questo caso la Costituzione parla chiaro, infatti all'articolo 21 si legge:

"[...] La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure [...]"

Certo è che nel nostro Paese, citando Victor Hugo, "c'è gente che pagherebbe per vendersi" e molti giornalisti sono fra queste persone, ma non possiamo ignorare quelli che, indignati del loro ruolo, negli ultimi 7 anni (governo Berlusconi e governo Prodi) hanno scioperato una quantità enorme di volte (per un paese civile) non per aumenti salariali o per questioni simili, ma perchè con la mannaia che alegga continuamente sulle loro teste, loro dignità professionale è lesa, ed è leso anche il servizio che rendono ai cittadini, il loro pubblico. Questa è censura.
Gli striscianti Bruno Vespa, i Gigi Moncalvo (che non è solo conduttore ma anche capostruttura Informazione di Rai2), i Floris che si fanno comandare a bacchetta dal Tremonti di turno, tutte queste persone insieme ad altre, con il loro modo di fornire informazione precotta e omologata, con il loro modo di fingersi baluardi del pluralismo invitando in trasmissione per ogni scemenza il politico pro e il politico contro, con il loro modo di farsi semplici ripetitori di gente pregiudicata e incompetente, si sono già licenziati da soli da tempo. Non dal loro posto di lavoro, ma dalla loro etica professionale.
Alla faccia del Riottoso che dà lezioni di giornalismo.


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19 novembre 2007

Giustizia in Italia - Luigi De Magistris.

di RingoDePalma

Qualche settimana fa i paninari della tv italiana pubblica e privata hanno dispendiato il loro buon carico di (pseudo)informazione: il corteo della sinistra "radicale" contro il lavoro interinale, la conseguente discussione se tale manifestazione sia pro o contro il governo, la premiazione di Sophia Loren e, ultimo ma non ultimo, la storia di un imprenditore che sperimentando la vita con 1000 euro al mese scopre di non arrivare oltre il ventesimo giorno...
Fra tutto questo pattume però è spuntata una notiziola piccola piccola, quella secondo cui la Procura generale di Catanzaro avrebbe "tolto" l'inchiesta denominata "Why Not" al pubblico ministero Luigi De Magistris. Detta così, la notizia non suscita interesse più di tanto, ma conoscendo la vicenda si può comprenderne la vera portata.
L'inchiesta "Why Not" prende il nome da un'agenzia di lavoro interinale di Lamezia Terme (Calabria) che fornisce alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico. Proprio una lavoratrice della Why Not avrebbe dato il via alle indagini che hanno individuato un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la "San Marino". A tale loggia massonica coperta, che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.
Queste, secondo il giornale L'Unità, sono le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia, del cda di Finmeccanica e di Alerion Industries; Pietro Macrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale DS della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini e a questi si aggiungono il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella e diversi esponenti della Chiesa Cattolica locale e centrale non meglio identificati (vedi l'intervista a Luigi De Magistris). I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.
Contro il pm De Magistris ed il suo lavoro si è inizialmente scagliato il ministro di grazia e giustizia Mastella, che ha disposto ripetute ed insistenti ispezioni sul lavoro in corso di svolgimento (al punto che "[...] passavo i miei sabato e le mie domeniche a rispondere agli ispettori [...]", Luigi De Magistris) giustificate dagli "errori procedurali" che il magistrato avrebbe commesso nel procedere l'indagine. Non pago di aver ostacolato una giustizia che va già a rilento a causa delle carenze strutturali e delle leggi realizzate ad hoc, l'eroico ministro fece richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) affinchè il pm venisse trasferito e non si occupasse più del caso. Il CSM però si pronunciò alcune settimane fa dicendo di aver bisogno di maggior tempo per valutare la situazione, quindi rimandò la decisione a dicembre permettendo al magistrato di continuare il suo lavoro.
La Procura generale di Catanzaro, nella figura del procuratore generale Dolcino Favi, ha di fatto eseguito la volontà non troppo velata del ministro Mastella di liberarsi di tale "intralcio" disponendo l'avocazione di De Magistris motivata da una "presunta incompatibilità dovuta alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella". Attualmente, la più grande inchiesta che forse abbia mai riguardato la politica italiana è ferma e attende di essere continuata da un magistrato più servile, in barba all'articolo 104 della nostra Costituzione, che dice:

"La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. [...]"

ignorando l'articolo 108, che dice:

"[...] La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia".

e, infine, calpestando l'articolo 3:

"Tutti i cittadini [...] sono eguali davanti alla legge [...]".

La semplice enunciazione di questi articoli dovrebbe bastare a far tacere chiunque avanzi argomentazioni favorevoli al trasferimento urlando al giustizialismo, alle toghe rosse e alla congiura laicista. Conoscendo però l'ignoranza media di chi strilla frasi come quelle, è doveroso commentare la situazione, in maniera tale da non lasciare nulla al non detto. Non sono propriamente un tecnico del diritto e non posso giudicare in merito al provvedimento (che comunque secondo De Magistris è ingiustificato dato che "esistono precedenti a pioggia nella giurisprudenza italiana") ma qualche punto all'interno della vicenda credo sia inconfutabile: la giustizia italiana è sempre stata molto "timida" (a causa dell'isolamento in cui si trova dai tempi del Maxiprocesso e di Tangentopoli) nello stanare il marciume che avvelena alle basi il nostro Stato; in una tale situazione trasferire e quindi fermare un pm con un'inchiesta così vasta e importante (da lui definita "più grande di tangentopoli") è un gesto folle. Se però a chiedere il trasferimento è il ministro di grazia e clemenza Clemente Mastella (noto, fra i vari motivi, per aver fatto da testimone di nozze al mafioso e segretario dell'UDEUR Campanella, vicino alla banda di Bernardo Provenzano, insieme a Totò Cuffaro) la situazione comincia a puzzare di macchinazione.
Alla luce di tutto ciò, si può solo sperare che la giustizia continui imperterrita il proprio corso, impegnandosi come fa giornalmente per assicurare (o almeno tentarci) i malviventi alla loro condanna.
Che verrà successivamente cancellata da indulti e riforme giudiziarie ad hoc.


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12 novembre 2007

L'ESCLUSIVO CLUB DELLE OLD VINTAGE STATION

ALBA ADRIATICA – A un anno di distanza dalla nuova Mini, la casa tedesca dell’orbita Bmw, ripropone sul mercato un classico del passato: la Mini Clubman. La nuova serie della “Mini Station”, è equipaggiata con un benzina (1600 da 120 e 175 cv) e un diesel (1600 da 110 cv), negli allestimenti Cooper, Salt, Pepper, Chili, S. Esternamente l’auto è l’esatta trasposizione moderna di quella che fu la storica Clubman con i leggendari inserti in legno sui pannelli laterali della carrozzeria. Infatti dal muso (uguale a quello della berlina) al montante centrale, non vi sono differenze con l’auto ormai sul mercato da un anno. Le differenze iniziano tutte dal montante in giu. Come in passato vi è uno sportellino che si apre lateralmente (per aprirlo bisogna aprire la portiera anteriore e poi sbloccarlo dall’interno, agevola e di molto l’accesso ai posti posteriori), ma soprattutto, il portellone posteriore a doppio battente, che su una Clubman che si rispetti non può certo mancare. Salendo a bordo, si ritrova tutta la sportività della Mini Berlina. Sellerie sportive e comode, plancia aggressiva (la consolle centrale con il grande tachimetro che sovrasta i comandi radio e clima), il volante sportivo, gli inserti cromati, sono le doti principali oltre all’abitabilità migliorata grazie ai 24 cm in più di cui dispone la Clubman rispetto alla berlina. Ed ecco il momento del test drive. La Mini Clubman guidata è stata la Cooper D Salt da 26250 €. Come già detto, la Mini, riporta in auge una vecchia gloria dell’automobilismo: la Clubman. Quest’auto, che persegue il Mini style (un occhio alla tradizione, un occhio alla sportività, un occhio al futuro), è equipaggiata da un motore (il 1600 diesel da 110 cv di origine Peugeot – Bmw), molto brillante e silenzioso, che rende questa Mini un auto molto sportiva, votata ai lunghi viaggi, divertente e facile da guidare. Infine i prezzi: si parte dai 21551 € della 1600 120 cv Cooper ai 28751 € della 1600 175 cv Cooper S Chili (Benzina); si parte da 23051 € della 1600 D Cooper ai 25901 € della 1600 D Cooper Chili (Diesel).



Bruno Allevi

5 novembre 2007

80 VOGLIA DI AUDI A5

CUPRAMARITTIMA – L’Audi “torna indietro” di circa un 20 anni, proponendo la figlia di quella che un tempo fu l’Audi 80 Coupè. Questa coupè a 4 posti si chiama A5. L’ultima nata della casa dei 4 anelli, è proposta con 2 benzina (3200 FSI da 265 cv e 4200 V8 da 354 cv) e 2 diesel (2700 TDI da 190 cv e 3000 TDI da 240 cv), negli allestimenti Base, Ambiente, Ambition. Esteticamente la nuova A5 ha una linea sportivissima, ma con quella punta di eleganza che in Audi è un must. Il frontale, con il classico family feeling, cattura lo sguardo con in più i bei fari, dal design elegante. Il posteriore, invece, è tutto nella coda slanciata, e nei terminali di scarico cromati, che sottolineano, per chi non lo avesse capito, le doti sportive del mezzo tedesco. Entrando dentro, si rimane sorpresi, per il lusso che l’abitacolo propone. Sellerie di altissima qualità, consolle centrale competa di tutto (come sulle auto di alta gamma Audi vi è il freno a mano a inserimento elettrico mediante pulsante, e non tramite la classica leva, non dimentichiamo il clima bizona e soprattutto lo schermo del navigatore a colori, che troneggia nella parte alta della consolle), il quadro strumenti lussuoso e ben retroilluminato. Non dimentichiamoci però che alle doti di eleganza e lusso fanno da complemento le doti sportive. Quindi troviamo sedili performanti, assetto sportivo, volante sportivo in pelle. Ed ora il test drive. La A5 guidata è stata la 3000 TDI 240 cv Ambition da 56471 €. A distanza di 20 anni circa dalla messa in commercio dell’indimenticata e indimenticabile Audi 80 Coupè, la casa di Ingolstadt, ripropone il genere della coupè a 4 posti con la A5. Questa bellissima vettura tedesca, è un concentrato di eleganza e grinta sportiva, che partendo dagli interni, come detto prima un mix di eleganza e sportività, si espande al corpo vettura, e soprattutto al motore. Motore, che sulla versione provata è stato il 3000 TDI da 240 cv, è semplicemente stupendo per quanto riguarda grinta, potenza e brillantezza dell’auto. Doti che rendono l’A5 il giusto mix fra chi vuole un auto sportiva, per farsi notare, ma che ha anche bisogno di avere più spazio (4 comodi posti) di una coupè 2 posti secchi, come molte in giro. Infine i prezzi: si va dai 45600 € della 3200 FSI Base ai 59400 € della 4200 V8 (Benzina); si va dai 42650 € della 2700 TDI Base ai 48100 € delle 3000 TDI Ambiente e Ambition (Diesel).


Bruno Allevi

1 novembre 2007

C.....CROSSER THE FRANCE

ASCOLI PICENO – La triplice alleanza Mitsubishi – Peugeot – Citroen, vede arrivare sul mercato l’ultimo dei 3 prodotti messi in cantiere e già circolanti sulle strade da qualche tempo (4007 e Outlander): la Citroen C-Crosser. Il bel SUV della casa del Double Chevron, è equipaggiato con un solo motore diesel common rail 2200 HDI da 160 cv, negli allestimenti Crociera Gialla e Crociera Nera. Esteticamente le differenze fra le due vetture già circolanti (Mitsubishi Outlander e Peugeot 4007) e il suv della Citroen stazionano tutte nell’anteriore, che segue il family feeling inaugurato con la C5 (frontale in cui campeggia la cromatura con al centro il simbolo Citroen). Proseguendo nella diesamina del frontale da notare anche l’accattivante bellezza dei fari, che rendono il SUV francese molto sportivo. In linea con gli altri due mezzi, è il posteriore, con la coda piatta e i fari rettangolari disposti in maniera orizzontale. Accomodandosi a bordo, si notano moltissime somiglianze con gli interni degli altri due mezzi. A partire dall’abbondante spazio a disposizione (è come gli altri 2, un 7 posti), continuando per la cura delle sellerie, e finendo con la consueta analisi della plancia. La plancia, infatti è uguale a quella dell’Outlander e del 4007 (consolle centrale in cui vi sono i comandi radio e navigazione, le 3 manopole del clima, la manopola della trazione integrale a inserimento elettronico è vicina al cambio, quadro strumenti molto elegante e sportiveggiante allo stesso tempo). E ora il consueto sunto delle impressioni di guida. Il C-Crosser testato è stato il 2200 HDI 160 cv Crociera Nera da 40240 €. La triplice alleanza, ha partorito anche la terza creatura. Ecco come può essere accolta la C-Crosser, il primo SUV Citroen. L’auto, può essere usata sempre, comunque e dovunque, grazie a un mix perfetto, costituito dall’accoppiata formata dall’eccelso 2200 HDi da 160 cv (che ho già avuto la bontà di apprezzare sul 4007), dalla trazione integrale a inserimento elettronico, inseribile grazie alla manopola che stazione nel tunnel centrale vicino al cambio a 6 marce, e da un confort e una insonorizzazione oserei dire da ammiraglia o quasi. Infine i 2 prezzi: il 2200 HDI 160 cv Crociera Gialla costa 33500 €, il 2200 HDI 160 cv Crociera Nera costa 37100 € (Diesel).


Bruno Allevi