di RingoDePalma
Qualche giorno fa è morta in Pakistan il capo dell'opposizione: Benazir Bhutto. L'assassino le ha sparato e poi si è fatto saltare in aria con dell'esplosivo. La notizia dell'omicidio e dell'esplosione ha fatto il giro del mondo e anche i giornali italiani hanno riferito la notizia. I politici italiani si sono definiti, dal primo all'ultimo, partecipi di tanto dolore. Io aggiungerei che non si sentono partecipi solo da questo punto di vista.
Allora, fosse la persona in questione un comune cittadino che ha partecipato alle attività della mafia, costui sarebbe ugualmente da punire, ma la sua posizione avrebbe un peso politico ed etico diverso: un comune cittadino ha accesso a mezzi e risorse (relativamente) limitate e quindi può limitatamente partecipare all'attività mafiosa. Viceversa, un ex funzionario del SISDE di ruolo elevato come quello di Bruno Contrada, che è stato prima coordinatore di Sicilia e Sardegna e poi parte del reparto operativo centrale, ha un'incidenza molto più alta. L'ex numero tre del SISDE, assolto in secondo grado con formula piena (dopo una condanna a 10 anni in primo grado) da un giudice indagato per mafia, Gioacchino Agnello, non è un cittadino qualunque. La sua posizione privilegiata gli dava la possibilità di incidere particolarmente nella lotta della mafia contro lo Stato, al punto da essere colluso prima con Stefano Bontate e poi con i corleonesi.
Bruno Contrada, che da subito si dichiarò innocente e che tuttora si definisce oggetto di un errore giudiziario, non è stato solo vittima di un complotto ordito "dagli uomini che io ho combattuto durante la mia carriera" (1992): oltre alle deposizioni di pentiti e non pentiti come Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Rosario Spatola, Giuseppe Marchese, Francesco Marino Mannoia, Salvatore Cancemi, Maurizio Pirrone, Pietro Scavuzzo, Gaetano Costa e Gioacchino Pennino, il suo fascicolo è pieno zeppo di "riscontri esterni" della sua attività illegale. Contrada infatti, oltre a non disdegnare regali di vario genere da parte degli ambienti mafiosi, informava preventivamente i criminali dei blitz pianificati dalle forze dell'ordine, era a stretto contatto con uomini delle cosche più feroci della criminalità organizzata ed era massone di una loggia supersegreta. Insomma, probabilmente si è trattato di un errore giudiziario, ma nel senso che meritava molto più dei dieci anni che ha avuto.
E quindi cos'è successo? Trattandosi di uno dei pochi imputati messi in gattabuia per mafia, il ministro di Clemenza, indagato per un affare sporco di miliardi di euro, appena saputo di fantomatiche "condizioni di salute prossime alla morte" ha ipotizzato favorevolmente la grazia.
Qualcuno gli spieghi che il ministro di giustizia ha, fra i suoi compiti di amministratore del sistema carcerario, l'obbligo della tutela e riabilitazione del carcerato, non la scarcerazione di questo.
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