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16 aprile 2008

Prove tecniche (di Repubblica teocratica). Come chiamarla altrimenti?


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Si, lo so, un paio di utenti hanno detto che io scriverei nei post sempre le stesso cose (come se il fatto di ripeterle le rendesse false) ma, questa volta, mi limito a narrare la mia esperienza di voto del giorno 13 aprile, che si potrebbe riassumere in poche parole: "l'uomo che morde il cane".
Sono andato al mio seggio, che peraltro era senza fila. Sono entrato e con calma ghandiana e con la massima cortesia possibile, prima di votare, ho chiesto un colloquio personale con il presidente di seggio. Ottenuto il colloquio, ho fatto notare al presidente che nel seggio v'era un crocifisso che, oltre tutte le considerazioni personali possibili, è stato ritenuto fuori luogo dalla sentenza della Corte di Appello di Perugia del 10 aprile 2006 in quanto questa sostiene "l’opportunità che la sala destinata alle elezioni sia uno spazio assolutamente neutrale, privo quindi di simboli che possano, in qualsiasi modo, anche indirettamente e/o involontariamente, creare suggestioni o influenzare l’elettore" e la sentenza era stata redatta proprio in conseguenza ad un caso di crocifissi presenti nei seggi elettorali. Oltre a questa fonte, ho citato anche la sentenza 439/2000 della Corte di Cassazione, secondo cui le circolari fasciste del ministro Rocco del 1924 e del 1926, che prescrivevano la presenza del crocifisso nelle scuole elementari e medie, sono incompatibili con l'attuale assetto costituzionale (fra le varie cose non più basato sulla religione di stato) e da ritenersi tacitamente abrogate. Infine, ho citato anche la sentenza 203/1989 della Corte Costituzionale che (fra le varie cose) elegge la laicità a "principio supremo dell'ordinamento costituzionale", quindi anteponendolo anche ad altri principi quali il lavoro e l'uguaglianza perchè solo in un contesto laico gli altri diritti possono trovare accoglimento e possibilità di esplicazione.
Ho consegnato al presidente di seggio una copia di ognuna di queste fonti giuridiche e, essendo queste molto corpose (una decina di pagine ciascuna), stavo iniziando a riassumerne con calma e cortesia i contenuti quando sono stato fermato, dato che il presidente si è qualificato come un avvocato e quindi già a conoscenza della dottrina giurisprudenziale in materia. Nonostante le sue conoscenze in materia, però, ha preferito non rimuovere il crocifisso. A quel punto, nella più totale calma e tranquillità, prendo atto della risposta e chiedo che venga messa a verbale una breve dichiarazione in cui affermo che, nonostante le indicazioni delle chiare fonti giuridiche precedentemente citate, il presidente di seggio non ha accolto la mia richiesta. A questo punto il presidente di seggio si rifiuta anche di mettere a verbale la dichiarazione. Io gli faccio notare con la massima pacatezza che, ai sensi dell'art. 104 comma 5 del decreto del Presidente della Repubblica del 1957 (noto anche come regolamento per il seggio elettorale), il presidente è tenuto a verbalizzare dichiarazioni, pena la reclusione da 2 a 5 anni e una multa che va da 1.032,91 a 2.065,83 euro. A quel punto il presidente mi fa accomodare in un angolo del seggio dicendomi di attendere perchè stava chiamando la polizia: io ho atteso e, una volta giunta la polizia, ho citato quietamente quelle fonti giuridiche (consegnando anche a loro una copia), ho fatto presente che il presidente non voleva verbalizzare una mia dichiarazione ma ho anche esplicitato di non voler fermarmi troppo sulla questione perchè, avendo un treno improrogabile dopo solo mezz'ora, volevo votare in fretta. I poliziotti mi hanno accompagnato fuori dal seggio (non ho assolutamente fatto resistenza) e posto questioni del tipo:

"ci sono tanti problemi, perchè ti viene in mente una cosa del genere?",

"perchè lo fai?",

"l'Italia è un paese cattolico" e affini.

Io ho educatamente risposto alle diverse domande dicendo che rispettare la legge è un dovere civico, che se ci sono grandi problemi irrisolvibili non vuol dire che si debbano ignorare quelli "piccoli" e risolvibili, che l'Italia non è un paese cattolico ma laico e affini; in ultima istanza hanno detto che la questione del crocifisso compete ai responsabili di partito (???) (che però erano sparpagliati per la città e non erano reperibili) e ai "superiori" ma io ho risposto (con la massima volontà di chiarirmi) che, al di sopra di sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale, non c'è nessuno, al massimo ci sarebbe il re ma, non essendo più in monarchia, il caso non si pone. Dopo qualche minuto di dialogo pacatissimo e dai toni addirittura amichevoli, mi hanno detto di attendere lì perche volevano chiamare la Digos.
E' arrivato l'ispettore della Digos e ha esordito chiedendo cosa fosse accaduto, io ho rispiegato senza problemi il tutto nei minimi dettagli e senza considerazioni personali di sorta. Terminato il tutto, il dottore m'ha detto che:

"in Italia ci sono tanti problemi" e io ho risposto educatamente che se ci sono problemi grandi non vuol dire che quelli "piccoli" (anche se per me piccoli non sono, dato che si trattava di una liberta fondamentale) vadano ignorati/non risolti;

m'ha detto che "se vai negli Emirati Arabi e chiedi di togliere un Maometto ti tagliano la testa" e io ho risposto ancor più educatamente che spesso nell'ambito mediorientale la religione è compenetrata con la politica fino al punto che il peccato coincide con il reato, ma questo non è il caso dell'Italia che, invece, è uno stato laico per legge;

m'ha detto che "anche in Francia ci sono i crocifissi nelle scuole" e io ho risposto nella più totale tranquillità che la cosa mia sembra strana dato che il Francia vige la c.d. "legge del velo" secondo cui le donne non possono portare veli legati alla religione (qualunque religione), quindi figuriamoci se ci sono i crocifissi nelle aule scolastiche e, in qualunque caso, la Francia non è l'Italia, in cui vige una certa giurisprudenza;

dopo questa risposta m'ha detto che "quelle sono solo sentenze e non è legge", al che io ho fatto cortesemente notare che, se mi condannassero in via definitiva a 12 anni di carcere per omicidio, il parlamento non dovrebbe approvare una legge in cui c'è scritto "Ringo De Palma deve scontare 12 anni di carcere", ma la sentenza va applicata senza che nessun altro atto legislativo o meno debba essere prodotto; ho preso parola e gli ho detto che, se il presidente di seggio non vuole togliere il crocifisso, almeno verbalizzi la mia dichiarazione, dato che è tenuto a farlo e rischia quella pena carceriaria e pecuniaria di cui sopra. Cosa m'ha risposto l'ispettore?

"Se non vuole farti verbalizzare una dichiarazione tu lo denunci, fai un processo e avrai ragione", al che io "ma io non ho tempo per una denuncia o un processo, devo partire fra mezz'ora".

Dopo quest'ultimo scambio di battute, mi ha chiesto "dove studi?" e io "a Forlì" e lui "me lo immaginavo".

A questo punto, giocata la sua ultima carta e avendo io un treno che stava per partire e un voto da esprimere, ho dovuto "annullare" il tutto, dichiarando esplicitamente la mia intenzione di votare con o senza il crocifisso (sapete com'è, io credo nel valore anche del singolo voto), in un minuto ho ri-favorito i documenti, sono entrato il cabina, ho votato, depositato la scheda e sono fuggito verso Forlì. E' da notare che all'uscita dalla cabina, il presidente di seggio ha insistito perchè io mi riprendessi i fogli delle sentenze. Repulsione pura.
Diverse ore dopo la Digos ha telefonato al numero di casa della mia residenza e ha parlato con i miei genitori, descrivendomi (da quel che ho potuto capire) come una specie di terrorista cretino, oltre che attaccabrighe. Ho inoltre saputo di essere stato segnalato dalla stessa Digos per quello che avrei fatto. Sono un pò ignorante su queste cose, quindi ho cercato su Wikipedia e ho letto che "con la sigla DIGOS (acronimo di Divisione investigazioni generali e operazioni speciali) si indica una divisione operativa della Polizia di Stato [...]. Gli uffici della Digos svolgono attività investigativa ed informativa finalizzata a contrastare l'eversione dell'ordine democratico (attività antiterrorismo)".
Io punterei all' "eversione dell'ordine democratico"? Non fumo, non bevo, non gioco d'azzardo, non dò fuoco ai seggi elettorali, non compio blitz nelle prefetture e non ho mai preso parte nemmeno a occupazioni e, per quanto io ne sappia, la mia attività "eversiva" si limita al massimo a una decina di scioperi compiuti durante tutto l'arco delle scuole superiori e alla conoscenza di leggi che, puntualmente, vengono calpestate nell'indifferenza e nell'appiattimento di chi, invece, dovrebbe farle rispettare. Ho capito, e qui non nascondo una lieve punta di ironia, che la legge va rispettata ma, far rispettare la legge, è diventato un reato.
Spero solo che la segnalazione presso la Digos non mi impedisca di partecipare a concorsi in magistratura, dato che è un "sogno nel cassetto" che coltivo da un pò.




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P.S: uno dei tanti paradossi dell'accaduto è che l'ispettore della digos, invece di parlare con me di argomentazioni personali, avrebbe dovuto mettere sotto torchio il presidente di seggio: lui si che non ha rispettato la legge e ha, magari involontariamente, puntato all' "eversione dell'ordine democratico" (dato che si è rifiutato di mettere a verbale la dichiarazione).

22 gennaio 2008

Casca il mondo.


Da un certo punto di vista, il 18 gennaio è stata una giornata felice. Salvatore "vasa vasa" Cuffaro è stato condannato a 5 anni di reclusione e all'interdizione dai pubblici uffici per il reato di favoreggiamento semplice. Prima di continuare a leggere, però, vi invito a visualizzare il video sovrastante. Terminato il video, vi chiedo di proseguire.

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Nei primi anni '90 lo stesso Cuffaro prese la parola al Maurizio Costanzo Show in collegamento con Samarcanda di Michele Santoro e attaccò Giovanni Falcone denunciando le presunte "buffonate costruite" per incastrare la "migliore classe dirigente che abbia la Democrazia Cristiana in Sicilia". La platea dell'epoca, conoscendo già l'elemento, lo insultava e cercava di coprirne le parole con le proprie urla.
Erano i primi anni '90.
All'epoca, tranne qualche elemento relativamente isolato ma molto interessato, nessuno si azzardava a parlare di un giudice o ad un giudice come si fa (ma non si dovrebbe fare) nemmeno col peggiore degli assassini. Gli italiani conoscevano e apprezzavano il lavoro che si stava facendo col maxiprocesso e lo ritenevano non frutto di "giustizia ad orologeria" o affini artifizi simil - politici.
Sempre nel filmato, una bionda e giovane Rita Dalla Chiesa diceva di Totò Cuffaro, mentre questo parlava, frasi del tipo "questo è pazzo, ma questo è pazzo". Rita Dalla Chiesa aveva perso meno di 10 anni prima il padre, il finanziere Carlo Alberto Dalla Chiesa, in un attentato ad opera della mafia e aveva ben donde ragioni di avercela con chi negava l'operato di una magistratura rispettata e rispettabile. Cuffaro, che all'epoca era anche vicepresidente della commissione regionale antimafia, si riferiva a Calogero Mannino, in quel momento uno degli esponenti più noti della DC sicula, nonchè coinvolto in affari di mafia (leggi i capi d'imputazione del processo).

Ora, a poco più di 15 anni dalla strage di Capaci e di via D'Amelio, cosa succede?
Totò Cuffaro è stato condannato in primo grado, quasi l'intero emiciclo parlamentare (tranne Di Pietro e qualcun altro) lo plaude come fosse vittima di infamanti e infondate accuse, i mezzi di (dis)informazione intervistano anche l'ultimo usciere dell'aula bunker ma praticamente nessuno parla dei capi d'imputazione e nessuno s'indegna di avere all'interno dell'apparato statale un fiancheggiatore della mafia.
Totò "vasa vasa", tanto amico di Giuseppe Guttadauro (boss mafioso di Brancaccio) da comunicargli tramite l'ex assessore comunale Mimmo Miceli il fatto che nell'attico in cui parlava di affari, nomine ed elezioni c'erano delle microspie pronte a registrarlo, tanto amico di Salvatore Aiello (imprenditore titolare di diverse cliniche) da rivelargli la presenza di un'inchiesta segretissima della procura e il disvelamento della sua "rete riservata" e tanto amico di Giorgio Riolo (maresciallo dei ROS) da farsi "bonificare" dalle cimici casa e ufficio e da farsi tenere sempre informato su eventuali azioni dei carabinieri o della magistratura a carico del Cuffaro, è un perfetto amico degli amici. Il tutto senza contare che Totò, per non farsi mancare davvero niente, ha anche rivelato al mafioso Francesco Campanella (colui che ha falsificato la carta d'identità di Bernardo Provenzano per permettergli l'operazione di prostata in Francia) l'esistenza di un indagine che svelasse i rapporti fra lui e i boss Antonino e Mandalà. Di conseguenza a questi fatti (che hanno portato alla condanna), Cuffaro risponde di "non aver favorito l'intero sistema mafioso ma neanche il singolo mafioso" mentre il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso afferma che "è rimasto provato il favoreggiamento da parte del presidente della regione [...] di singoli mafiosi". Ad appoggiare la linea del procuratore nazionale c'è anche il procuratore di Palermo Francesco Messineo, che ha affermato "Quello che importa è che nel capo d'imputazione sia contestato il fatto oggettivo di aver aiutato qualcuno, a sua volta imputato per mafia, ad eludere le investigazioni". Mica niente.
Rita Dalla Chiesa, all'epoca veementemente schierata contro la mafia e i suoi fiancheggiatori, lavora da anni nell'azienda di chi, ormai si sa, ha avuto stretti rapporti diretti ed indiretti con la mafia e non si sottrae anche dal dipingerlo (come fece durante le elezioni del 2006) come "un editore liberale e come un uomo splendido".
Clemente Mastella, ex ministro della giustizia, è accusato di una marea di reati (leggi l'ordinanza di custodia cautelare oppure leggi il post) assieme alla moglie e, invece di ritirarsi ed essere grato alla popolazione italiana che ancora non lo prende a monetine, urla al "complotto politico" e "chiede provvedimenti" tramite Fabris dell'UDEUR, come se essere un ministro lo sollevasse dalle sue responsabilità penali.
Silvio Berlusconi, ex tessera P2 1816, è stato rinviato a giudizio dalla Procura di Napoli per la questione Rai - Set ravvisando il reato di corruzione, quindi subirà un ulteriore processo.

Questa piacevole aria da '92 è molto soddisfacente secondo i miei gusti, ho paura però che, come allora, tutto possa finire a "tarallucci e vino" cioè che, essendo le carceri nuovamente piene, si voti un altro indulto (stavolta comprensivo anche di reati di mafia e simili), o si completi la riforma Castelli (in parte emendata dal ministro Mastella) o, peggio, si inizi una stagione ancor più dura verso la giustizia con le solite riforme della procedura e del codice penale. A queste considerazioni dolenti va aggiunto che il pm Luigi De Magistris è stato sollevato dall'incarico di pm e allontanato dalla sede di Catanzaro (il tg2 ha detto che "interpreta male il suo ruolo di pubblico ministero").
Chissà come andrà a finire questo paese: forse dipende solo da noi, dalla nostra coscienza civica e dalle nostre piccole ma importanti scelte.

Guarda i video delle intercettazioni dei mafiosi che parlano di Cuffaro.
Guarda il video "Chi è Totò Cuffaro".
Guarda Marco Travaglio ad Annozero su totò Cuffaro.

Altri post su http://vivalacostituzione.blogspot.com

2 gennaio 2008

Il volto italiano della giustizia.

di RingoDePalma

Ecco uno dei volti del "law and order" all'italiana: Flavio Tosi. Il sindaco leghista di Verona, ospite di una puntata di dicembre di Annozero (guarda la puntata), strenuo sostenitore dell'ordinanza anti - prostituzione (ne ha varata anche una nel suo Comune), ha finalmente chiarito le nostre fosche e annebbiate menti sull'argomento giustizia. Certo, insieme ad Alessandra Mussolini ha anche tenuto una lunga e valida lezione di diritto sbandierando opinabili diritti e punti di vista razzisti presi come verità assolute, comunque vorrei soffermarmi su un'importante affermazione.
Ad un certo punto della trasmissione, Marco Travaglio ha citato en passant la fedina penale del sindaco (egli vanta, insieme ad altri suoi colleghi, una condanna in secondo grado per propaganda di idee razziste) e l'amministratore di Verona, punto sul vivo, ha affermato "io però sono stato votato da 28.000 persone".
Ecco lo stato della giustizia nel nostro paese: se sei una comune cittadino (senza scadere nella retorica del "poveraccio" o simili) la pena si abbatte giustamente su di te e, salvo errori giudiziari che sono meno frequenti di quanto si creda, buona parte delle volte sconti la pena, carceraria o meno che sia.
Se però sei stato eletto e fai parte della casta (o cosca) e quindi sei un parlamentare, un consigliere comunale o comunque ricopri una qualunque carica, la pena buona parte delle volte non conta più. Perchè? Perchè hai ricevuto dei voti sei stato eletto e sei praticamente al di là del bene e del male.
Puoi appellarti al quarto grado di giudizio.
Se sei parlamentare puoi legiferare (in buona compagnia) sull'incidenza delle pene, per cui una truffa da circa 20 milioni di euro come quella di Donatella Pasquali Zingone (moglie di Lamberto Dini) viene teoricamente punita con 2 anni di carcere (pena che non avrà mai luogo perchè azzerata dall'indulto), mentre se un ragazzo si fa una canna (che è comunque un reato verso la società e verso la propria salute) è punito con una pena che va da 6 a 20 anni di carcere e con una multa che va da 26.000 a 260.000 euro.
Ecco quindi lo stato della giustizia applicato alle pari opportunità nel nostro paese. Se un Tosi, insieme ai suoi colleghi leghisti (gli assessori Enrico Corsi, Matteo Bragantini, Luca Coletto, la capogruppo al Comune Barbara Tosi e il militante Maurizio Filippi), vedrà confermata la condanna in Cassazione per il reato commesso (propaganda di idee razziste), in qualunque caso non sconterà mai la pena prevista (due mesi di carcere) perchè questo reato è coperto dall'indulto votato da quasi l'intero parlamento.


26 novembre 2007

Giustizia in Italia - Clementina Forleo.

di RingoDePalma


Clementina Forleo è un magistrato italiano, ed è secondo me un vanto. E' nata a Francavilla Fontana, in Puglia, nel 1964, ha conseguito la laurea in giurisprudenza con lode presso l'università di Bari e nel 1989 ha vinto il concorso da magistrato, dopo averne vinto già uno per ricoprire il ruolo di commissario e dopo aver ricevuto un riconoscimento per il lavoro svolto durante gli sbarchi dei clandestini in Puglia.
E' nota al "grande pubblico" circa dal 2006 con l'inchiesta sui tre extracomunitari accusati di terrorismo internazionale ma, soprattutto, da un pò di mesi a questa parte, è nota per essere il gip della Procura di Milano che si occupa della vicenda delle scalate a BNL ed Antonveneta (inchiesta chiamata bancopoli). Per chi non conoscesse la vicenda, ecco un "breve" riassunto delle puntate precedenti.
C'era una volta l'estate del 2004, il sole splendeva e riscaldava la nostra Italia e, mentre gli italiani non andavano in vacanza a causa della crisi economica che c'era da un pò di tempo (e che vige ancora) una banca olandese, la ABN Ambro chiese alla Banca d'Italia un'autorizzazione per salire dal 12,6% al 20% nella quota della Banca Antoniana Popolare Veneta (da qui in poi Banca Antonveneta), di modo da diventarne azionista di maggioranza relativa.
Contemporaneamente il Banco di Bilbao, una banca spagnola, deteneva il 15% della Banca Nazionale del Lavoro (da qui in poi BNL). Nel febbraio 2005 la Banca Popolare di Lodi (da qui in poi BPL) ottenne dalla Banca d'Italia il permesso di salire a quota 15% del pacchetto azionario di Antonveneta. Un mese dopo, nel marzo 2005, il Banco di Bilbao lanciò un'Offerta di Pubblico Acquisto (vedi cos'è un'O.P.A.) per la maggioranza delle azioni della BNL e il giorno dopo la ABN Ambro lanciò un'OPA per Antonveneta. Un mese dopo, nell'aprile 2005, la BPL lanciò un'Offerta di Pubblico Scambio su Antonveneta e in luglio Unipol lanciò un'Offerta di Pubblico Acquisto su BNL. Dopo tutte queste offerte, la situazione vedeva due banche italiane (la Unipol e la Banca Popolare di Lodi) a competere con due banche straniere (Banco di Bilbao e ABN Ambro) per acquistare la maggioranza del pacchetto azionario delle banche rispettivamente scelte.
Lo scandalo scoppiò a fine luglio 2005 quando la Procura di Milano, a seguito delle indagini condotte dai pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotta, sequestrò i titoli di Antonveneta detenuti dalla Banca Popolare Italiana (cioè la "vecchia" BPL che nel frattempo aveva cambiato nome). Dalle indagini si evince che il nodo dell'accaduto sta nell'amicizia che lega l'amministratore delegato della BPL Gianpiero Fiorani al governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio che, a quanto pare, favorì celeri autorizzazioni per la BPL e invece rallentò l'esecuzione delle richieste della ABN Ambro. Secondo quanto affermato dalla Commissione Nazionale per le Società e la Borsa (vedi cos'è la C.O.N.S.O.B.) la ex BPL, cioè BPI, aveva "rastrellato azioni della Antonveneta sin dal novembre 2004 attraverso un patto parasociale tenuto segreto". Sin dal 14 febbraio 2005, infatti, il 52% della quota di Antonveneta era controllato da una cordata che vedeva la partecipazione, oltre della BPL, dell'Unipol, della Fingruppo, della GP Finanziaria e della Magiste e l'operazione, secondo quanto affermato dallo stesso Fiorani nell'interrogatorio del 17 dicembre, fu finanziata con illeciti aumenti delle commissioni bancarie e tramite altrettanto illeciti sottrazioni di soldi dai conti correnti delle persone defunte. La Procura di Milano apre un fascicolo contro ignoti per la scalata ad Antonveneta ed ipotizza il reato di agiotaggio (vedi cos'è l'agiotaggio) e in una quindicina di giorni 23 persone vengono iscritte nel registro degli indagati.
Fra gli indagati ci sono Gianpiero Fiorani (amministratore delegato di BPL) ed Emilio Gnutti (proprietario di Fungruppo, GP Finanziaria e Hopa, in cui Silvio Berlusconi ha una partecipazione tramite Mediaset e Fininvest), già coautore della scalata a Telecom Italia insieme alla Olivetti di Roberto Colaninno e vicepresidente della Monte dei Paschi di Siena. A seguito delle indagini, in giugno 2005, il tribunale di Padova decide di sospendere il consiglio di amminstrazione della Antonveneta. Contemporaneamente a tutto ciò, la Procura di Roma apre un fascicolo sui movimenti nel settore bancario e Gianpiero Fiorani viene iscritto nel relativo registro degli indagati assieme a Francesco Frasca, responsabile della vigilanza presso Bankitalia.
A fine luglio 2005 i pm di Milano Fusco e Perotti, titolari dell'inchiesta, dispongono il sequestro delle azioni di Antonveneta detenute da BPI e dai concertisti (cioè i facenti parte della suddetta cordata) Emilio Gnutti, Stefano Ricucci, i Lonati e Danilo Coppola. Il 2 agosto 2005 il gip Clementina Forleo "entra in scena" nell'inchiesta convalidando il sequestro delle azioni in portafoglio ai concertisti. A settembre Fiorani si dimette da amministratore delegato della BPI in seguito a nuove ipotesi di reato nei suoi confronti quali falsa dichiarazione a pubblico ufficiale, falso in bilancio e falso prospetto, che si aggiungono quindi ai reati già contestati quali agiotaggio, insider trading e ostacolo all'attività della Consob.
Da settembre l'inchiesta subisce un allargamento: i partiti "discutono" dell'accaduto, chiedono le dimissioni del governatore della Banca d'Italia Fazio, il governo evita in tutti i modi di prendere decisioni sull'argomento e il ministro delle finanze Domenico Siniscalco si dimette in segno di protesta verso l'immobilismo del governo. Nel frattempo filtra la notizia che il governatore Fazio fosse indagato già da agosto e successivamente, in ottobre, viene convocato in Procura a Roma dai magistrati dell'inchiesta. In dicembre l'intero consiglio d'amministrazione (cda) della BPI viene indagato per agiotaggio e a questi indagati si aggiunge anche Giovanni Consorte, amministratore della compagnia assicurativa Unipol, per aver partecipato al rastrellamento delle azioni Antonveneta per conto di Fiorani. A metà dicembre Fiorani viene indagato anche per associazione a delinquere e a questo punto il gip Clementina Forleo emette un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Fiorani. Nello stesso giorno viene indagato per agiotaggio anche Vito Bonsignore, europarlamentare dell'UDC, imprenditore, proprietario della Gefip (una delle concertiste). In pochi giorni la Procura di Roma indaga anche Consorte per agiotaggio, oltre che per manipolazione del mercato e ostacolo all'autorità di vigilanza nell'ambito dell'inchiesta della scalata a BNL (dopo che la Consob accerta "un patto parasociale tra Unipol e Deutsche Bank").
Nel suo primo interrogatorio, Fiorani ammette di aver accumulato un tesoro di 70 milioni di euro a spese dei propri clienti, dopo pochi giorni Fazio e Consorte si dimettono, rispettivamente dalla carica di governatore della Banca d'Italia e amministratore di Unipol, poichè si viene a sapere che quest'ultima Banca avrebbe aiutato la BPL nella scalata ad Antonveneta in cambio di vantaggi per l'acquisizione della BNL...
Nel gennaio 2006, dopo le dimissioni del pm romano Achille Toro a causa del presunto reato di violazione del segreto d'ufficio, gli olandesi di ABN Ambro, acquisito il capitale che era illegalmente nelle mani della BPL, raggiungono il 55,8% della Antonveneta mentre il gruppo BNP Paribas acquista il 48% della BNL da Unipol e associati. Dall'interrogatorio di Fiorani emersero altri dettagli: la concessione di prestiti a tassi agevolati a esponenti del centrodestra per ottenere il "salvataggio" di Antonio Fazio, la rilevazione di Credieuronord, banca leghista sull'orlo del fallimento, e l'elargizione di tangenti ad esponenti politici di centrodestra. Queste ultime informazioni però attendono dei riscontri documentati. Fra gli indagati dell'inchiesta figurano anche Piero Fassino (allora segretario dei Democratici di Sinistra) e Massimo D'Alema (all'epoca presidente dei Democratici di Sinistra e attualmente Ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri).
Insomma, miei cari utenti, questa signora non ha svolto altro che il suo lavoro cercando di assicurare alla giustizia gente che, molto probabilemte, ha violato le leggi del nostro paese. L'Unipol a quanto pare voleva acquisire la BNL senza rispettare le regole aiutando, oltretutto, la BPL ad acquisire la ABN Ambro in maniera ugualmente illegale. Il tutto favorito da un'ampia parte del continuum parlamentare destra - sinistra.
Questa signora, di cui non sono imparentato e che non mi paga per scrivere ciò, dice di aver ricevuto pressioni dagli stessi ambienti istituzionali per non fare il suo lavoro, senza considerare la "fatale coincidenza" rappresentata dalle minacce di morte ricevute dai suoi genitori nel 2005 e l'incidente stradale che li uccise nell'estate di quell'anno. Questa signora ha ricevuto il "Premio Borsellino", un'onorificenza di valore molto elevato, mica come lo scudetto quando c'era la juve! Gli ambienti istituzionali, che molto probabilemente hanno anche giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione, si sono macchiati di un grave reato Costituzionale: l'inosservanza rispettivamente degli articoli 3, 101, 104, 108:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. [...]"


"[...] I giudici sono soggetti soltanto alla legge."


"La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. [...]"


"[...] La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia."


Clementina, continua così, hai l'appoggio di molti italiani e io sono fra questi. E come me ce ne sono davvero tanti altri.
Clementina...
FACCI SOGNARE!!!*

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Piccola nota storica:
* "Facci sognare" è un'antica giaculatoria risalente ad un periodo storico in cui un ex comunista di origini italiane, telefondando ad un famoso banchiere, lo incitò a dare il meglio di sè in un atto illegale avente a che fare con millenari istituti di credito. Il primo utente che individuerà il nome dell'autore di questa affermazione, si aggiudicherà un weekend sulla barca a vela del baffetto... oooops!

19 novembre 2007

Giustizia in Italia - Luigi De Magistris.

di RingoDePalma

Qualche settimana fa i paninari della tv italiana pubblica e privata hanno dispendiato il loro buon carico di (pseudo)informazione: il corteo della sinistra "radicale" contro il lavoro interinale, la conseguente discussione se tale manifestazione sia pro o contro il governo, la premiazione di Sophia Loren e, ultimo ma non ultimo, la storia di un imprenditore che sperimentando la vita con 1000 euro al mese scopre di non arrivare oltre il ventesimo giorno...
Fra tutto questo pattume però è spuntata una notiziola piccola piccola, quella secondo cui la Procura generale di Catanzaro avrebbe "tolto" l'inchiesta denominata "Why Not" al pubblico ministero Luigi De Magistris. Detta così, la notizia non suscita interesse più di tanto, ma conoscendo la vicenda si può comprenderne la vera portata.
L'inchiesta "Why Not" prende il nome da un'agenzia di lavoro interinale di Lamezia Terme (Calabria) che fornisce alla regione lavoratori specializzati nel settore informatico. Proprio una lavoratrice della Why Not avrebbe dato il via alle indagini che hanno individuato un gruppo di potere trasversale tenuto insieme da una loggia massonica coperta, la "San Marino". A tale loggia massonica coperta, che avrebbe influito sulle scelte di amministrazioni pubbliche per l'utilizzo di finanziamenti e l'assegnazione di appalti, sarebbe iscritta una parte degli indagati.
Queste, secondo il giornale L'Unità, sono le 19 persone indagate: Franco Bonferroni, residente a Reggio Emilia, del cda di Finmeccanica e di Alerion Industries; Pietro Macrì, imprenditore, di Vibo Valentia ; Luigi Filippo Mamone e Francesco De Grano, entrambi dirigenti della Regione Calabria; Valerio Carducci, di Bagno a Ripoli; Gianfranco Luzzo, ex assessore regionale alla Sanità; Mario Pirillo, assessore all’Agricoltura della Regione; Massimo Stellato di Abano Terme, capocentro del Sismi di Padova, e il fratello Gianmario; Vincenzo Bifano, di Lamezia Terme, Gerardo Carnevale, componente dello staff del consigliere regionale DS della Calabria, Antonio Acri; Angela De Grano di Vibo Valentia; Nicola Adamo, vicepresidente della Regione e assessore al Turismo; Antonio Acri, consigliere regionale; Brunella Bruno, di Roma, appartenente al Cesis; Armando Zuliani, di Brenna, imprenditore; Francesco Indrieri, di Cosenza, commercialista; Salvatore Domenico Galati, 40, di Vibo Valentia, già collaboratore dello staff del senatore e coordinatore regionale di Forza Italia Giancarlo Pittelli; Piero Scarpellini, di Rimini e a questi si aggiungono il Presidente del Consiglio Romano Prodi, il ministro di Grazia e Giustizia Clemente Mastella e diversi esponenti della Chiesa Cattolica locale e centrale non meglio identificati (vedi l'intervista a Luigi De Magistris). I carabinieri hanno notificato informazioni di garanzia in cui si ipotizzano, a vario titolo, reati che vanno dall’ associazione per delinquere, alla truffa, alla corruzione, alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete al finanziamento illecito dei partiti.
Contro il pm De Magistris ed il suo lavoro si è inizialmente scagliato il ministro di grazia e giustizia Mastella, che ha disposto ripetute ed insistenti ispezioni sul lavoro in corso di svolgimento (al punto che "[...] passavo i miei sabato e le mie domeniche a rispondere agli ispettori [...]", Luigi De Magistris) giustificate dagli "errori procedurali" che il magistrato avrebbe commesso nel procedere l'indagine. Non pago di aver ostacolato una giustizia che va già a rilento a causa delle carenze strutturali e delle leggi realizzate ad hoc, l'eroico ministro fece richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) affinchè il pm venisse trasferito e non si occupasse più del caso. Il CSM però si pronunciò alcune settimane fa dicendo di aver bisogno di maggior tempo per valutare la situazione, quindi rimandò la decisione a dicembre permettendo al magistrato di continuare il suo lavoro.
La Procura generale di Catanzaro, nella figura del procuratore generale Dolcino Favi, ha di fatto eseguito la volontà non troppo velata del ministro Mastella di liberarsi di tale "intralcio" disponendo l'avocazione di De Magistris motivata da una "presunta incompatibilità dovuta alla richiesta di trasferimento cautelare d'ufficio che è stata fatta nei suoi confronti da Mastella". Attualmente, la più grande inchiesta che forse abbia mai riguardato la politica italiana è ferma e attende di essere continuata da un magistrato più servile, in barba all'articolo 104 della nostra Costituzione, che dice:

"La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. [...]"

ignorando l'articolo 108, che dice:

"[...] La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia".

e, infine, calpestando l'articolo 3:

"Tutti i cittadini [...] sono eguali davanti alla legge [...]".

La semplice enunciazione di questi articoli dovrebbe bastare a far tacere chiunque avanzi argomentazioni favorevoli al trasferimento urlando al giustizialismo, alle toghe rosse e alla congiura laicista. Conoscendo però l'ignoranza media di chi strilla frasi come quelle, è doveroso commentare la situazione, in maniera tale da non lasciare nulla al non detto. Non sono propriamente un tecnico del diritto e non posso giudicare in merito al provvedimento (che comunque secondo De Magistris è ingiustificato dato che "esistono precedenti a pioggia nella giurisprudenza italiana") ma qualche punto all'interno della vicenda credo sia inconfutabile: la giustizia italiana è sempre stata molto "timida" (a causa dell'isolamento in cui si trova dai tempi del Maxiprocesso e di Tangentopoli) nello stanare il marciume che avvelena alle basi il nostro Stato; in una tale situazione trasferire e quindi fermare un pm con un'inchiesta così vasta e importante (da lui definita "più grande di tangentopoli") è un gesto folle. Se però a chiedere il trasferimento è il ministro di grazia e clemenza Clemente Mastella (noto, fra i vari motivi, per aver fatto da testimone di nozze al mafioso e segretario dell'UDEUR Campanella, vicino alla banda di Bernardo Provenzano, insieme a Totò Cuffaro) la situazione comincia a puzzare di macchinazione.
Alla luce di tutto ciò, si può solo sperare che la giustizia continui imperterrita il proprio corso, impegnandosi come fa giornalmente per assicurare (o almeno tentarci) i malviventi alla loro condanna.
Che verrà successivamente cancellata da indulti e riforme giudiziarie ad hoc.


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